La scritta «Tito» rispunta sul monte Cocusso

TRIESTEEccola lì. È riapparsa. Passi il confine italo-sloveno di Lipizza, guardi a destra e, quasi immacolata, spunta dalla boscaglia l'enorme scritta «Tito», in pietra carsica, che fa bella mostra di sè lungo il versante del Monte Cocusso.
Pensi che solo poche ore fa sul Monte Sabotino, a Gorizia, è sorto, a fianco dello «storico» «Nas Tito» (il nostro Tito), il lapideo murales con su scritto «W l'Italia» e subito deduci che la guerra è scoppiata. Niente carri armati o missili. Per carità. Piuttosto l'incruenta, per fortuna, battaglia degli incisori pazzi che si rincorrono lungo il limes tra Italia e Slovenia: gli inconsolabili fan del Maresciallo da una parte, gli incavolati difensori dell'italianità dall'altra. Con buona pace dell'Europa e dei dettami di Schengen.
Guardi verso il poliziotto sloveno che sta al confine e che osserva svogliato transitare le macchine senza neanche controllare i documenti (ma era così, in linea di massima, anche ai tempi di Tito!). Gli occhi si incontrano. Un gesto del capo in direzione del Cocusso come per dire: «Ma che cosa succede?» E il solerte agente gira la testa dall'altra parte. Insomma: non è successo niente (come ai tempi di Tito!). Eppure quella scritta ci attrae come un magnete. E allora iniziamo a salire verso il murales. Il sentiero è ben segnato.
Quando c'era Lui. Sì, quando c'era Tito quello sterrato era una sorta di linea invalicabile e intransitabile, pena una gita in cellulare a Capodistria a visitare le patrie galere jugoslave (sconsigliabile!). Ogni tanto si scorgeva la pattuglia delle guardie di confine dell'Armata popolare jugoslava che, assieme a un mulo, saliva verso le altane e la casermetta posta in cima al Cocusso. Ma guai a essere troppo curiosi. Guai a fermarsi a osservare la scena. Rischiavi di essere fermato qualche chilometro più avanti da una pattuglia della polizia stradale che ti multava per un'infrazione mai commessa. Il socialismo jugoslavo funzionava anche così.
Una linea invalicabile. Sì perché quelle guardie di confine, erano motivatissime. Non tanto per solerzia di servizio ma perché, essendo quasi tutti giovani montenegrini o bosniaci, ricevevano una licenza premio per ogni straniero che violava la Cortina di ferro e che loro «catturavano». E non sono stati rari i casi in cui, per «fame di casa», quei soldati con la stella rossa sulla bustina sconfinavano loro in terra italiana per poi trascinare di là, nel fitto della boscaglia, qualche malcapitato escursionista. Difficile pensare a un traffico di spie. Piuttosto a un «giro» di saporiti funghi di bosco.
Ora è quasi normale incontrare sudatissimi bikers che sfidano i tornanti del sentiero per arrivare fino in vetta e godersi il panorama. Saliamo e dai cespugli sbuca un'auto della polizia. «Però, che solerzia», pensi, ma scopri che sono lì non per la scritta. Sono sulle tracce di un'automobile rubata. I cespugli e il querceto lasciano il posto agli abeti. Il panorama si fa scuro. Dopo quasi venti minuti bisogna abbandonare il sentiero per sbucare, facendosi largo tra la vegetazione e dopo aver spaventato una famigliola di caprioli, sulla radura «incriminata».
Vista da vicino la scritta fa meno impressione. Certo che ci vuole costanza, volontà e tanta forza fisica per «costruirla». Ogni lettera è lunga circa trenta metri e larga venti. È composta da pietroni dal peso di circa 20-25 chilogrammi.
Chi l'ha «redatta» ha trovato il materiale già sul posto, sparso sul terreno dopo che l'indomani della proclamazione dell'indipendenza della Slovenia (giugno 1991) si era provveduto a «cancellare» il candido inno al Maresciallo che era lì dagli anni Settanta. Un lavoro, quello degli inconsolabili fan di Tito, svolto con abilità perché il tutto è avvenuto durante la notte, alla sola luce di potenti torce. Gente quindi che conosce ogni palmo di quel versante.
La scritta, in verità, dopo la «cancellazione» sull'euforia dell'indipendenza, era riapparsa alla vigilia dell'ingresso della Slovenia nell'Unione europea, gli ultimi giorni dell'aprile scorso. A farla, come è stato dagli stessi pacatamente confessato, sono stati alcuni membri del club di paracadutisti di Corniale (Lokev) il primo paesino che si incontra dopo il confine. Un gruppo senza alcuna connotazione politica. L'abbiamo fatto per sentimentalismo e nostalgia del tempo passato, dichiararono in buona sostanza un anno fa al settimanale «Mladina» che li aveva smascherati. Nessuna volontà anti-italiana nè anti-europea. Nessuna provocazione precisarono.
Allora. Ma oggi? Sì perché dopo la beffa di aprile 2004 la scritta era di nuovo scomparsa. Nelle ultime settimane, quelle caratterizzate dalla neve e dal freddo, sulla cicatrice del Cocusso, quasi un'imprevedibile beffa della natura, il bianco velo aveva fatto rivedere, come in un flebile negativo fotografico, quel incancellabile «Tito». Una premonizione. Per riapparire però in tutta la sua carsica solidità solo nelle scorse ore. Non si sa se i «buontemponi» siano gli stessi. Certo la quasi contemporaneità con lo spuntare sul Sabotino della scritta «W l'Italia» fa sorgere più di un sospetto. Il rifugio, ricavato dall'ex casermetta dell'esercito jugoslavo, in vetta al Cocusso è chiuso (apre solo il sabato e la domenica per servire prosciutto e una bollente jota agli escursionisti). Scesi a Corniale poi nessuno sa niente o fa finta di non sapere niente.
«Basta con queste storie», ringhia un vecchio seduto al tavolo della buia e storica (per le pantagrueliche abbuffate dei domenicali commensali triestini) trattoria «Muha» al centro del paesino mentre sorseggia non il primo e nemmeno ultimo bicchiere di terrano della giornata. «Tito era Tito. E basta». Discorso chiuso.
Mauro Manzin