Com'era Milano vista da casa Vergani

di Nico Naldini
Casa Vergani era al numero 25 di via Appiani a Milano. A pochi passi da piazza della Repubblica, sconvolta dal traffico dalla mattina alla sera e senza requie anche nelle ore notturne. Ma l'appartamento al sesto piano dopo la morte di Orio era molto silenzioso. Composto di molte stanze e di un vasto salotto corrispondeva nell'arredamento allo stile di rigore negli anni Trenta: un esemplare di «casa all'italiana» idealizzata da Giò Ponti. Gli scaffali che coprivano le pareti del salotto schieravano migliaia di volumi rilevati a mano, tra cui molti firmati dal padrone di casa con le relative traaduzioni edite all'estero. Una casa «d'epoca» come raramente se ne vedevano ancora a Milano negli anni Ottanta. Una tela di Sironi e due sculture di Arturo Martini sublimavano quello stile. Stile: parola in voga in quegli anni. Una delle due sculture era il bozzetto di un monumento al Duca d'Aosta; mai realizzato, come accadeva spesso a Martini. Il bozzetto raffigurava un cavallo con armigero ma senza una base statica perché rovesciandolo, cavallo e cavaliere si duplicavano in una diversa prospettiva. C'erano anche quadri di pittori «baguttiani» come Vellani Marchi, Stefenini, Bernardino Palazzi che con Orio alla fine degli anni Venti avevano fondato il Premio letterario Bagutta, nell'omonima trattoria toscana. Ma in quella casa dominava soprattutto l'imago paterna di Orio, il suo nobile spirito rovesciato sugli altri per cui con capacità intuitive e una rincorsa accelerata delle immagini del mondo, per molti anni era stato il giornalista eminente del «Corriere della Sera»: due articoli al giorno, seicento «pezzi» all'anno, ventimila e forse più pubblicati al termine della sua vita con un totale di quindici milioni di parole. Negli anni Ottanta nella casa di via Appiani era rimasto solo il figlio maggiore, Leonardo (Leo), anch'egli giornalista del «Corriere» come il padre; il fratello Guido era redattore di «Repubblica». La solitudine esistenziale cui Leo sembrava volersi destinare aveva fatto calare sulla casa animata nel passato dalle frequentazioni paterne, la cristallizzazione del tempo. Nella «casa del padre» il figlio era incline a non mutare nulla, quasi che la figura di Orio si fosse trasfusa in ogni oggetto con un immobile incantesimo.
Leo era bello, con tratti raffinati e una fisionomia sensitiva; elegante, amava l'equitazione di cui era grande esperto. La sua carriera giornalistica era progredita senza sforzo e al di fuori della mitizzazione paterna. Inviato speciale del giornale un anno lo incontrammo a Cannes durante il festival cinematografico. Mi ero abituato a vederlo nel suo mondo di cavalli, di cani, di frequentazioni in quell'onda di cordialità e interesse per il prossimo che i Vergani sanno effondere. A Cannes, in quel mondo di rivalità affaristiche e di fiera della vanità, Leo si sentiva spaesato. Pasolini e io riuscimmo a fargli accantonare le sue ripulse aggregandolo a noi.
Al primo posto nella graduatoria dei suoi affetti c'era il fratello Guido, seguiva il cugino Leo Pescarolo figlio dell'attrice di teatro Vera Vergani sorella di Orio. In casa Vergani scorreva infatti il sangue di antichi teatranti come l'avo Vittorio Podrecca con le sue marionette e il grande Virgilio Talli di cui Orio, scherzando diceva di essere figlio naturale. E anche Orio come attore era impareggiabile. Guido e Leo Pescarolo esprimono ancora oggi a modo loro l'esprit di casa Vergani in cui la generosità è come una seconda natura assieme al gusto di avventurarsi nel mondo che si sa come conquistare.
Rispetto a loro Leo si era mantenuto sempre su una linea arretrata, dove sentiva di avere più tempo per coltivare le sue passioni racchiudendole in una cifra personale. Si pensava che un giorno avrebbe fatto uno di quei matrimoni che nella Milano di allora conferivano lustro a una tradizione. Invece Leo continuava a vivere da solo nella casa paterna e chi lo conosceva sapeva che certi suoi stati ansiosi affioravano sempre più frequenti da un fondo di fragilità emotiva, di disarmato amore nei confronti di persone con cui forse sarebbe stata necessaria una strategia diversa per configurare un rapporto. L'abusato paragone con un fiore di serra si prova vergogna a riproporlo, eppure una sorta di calore artificiale forse sarebbe stato opportuno per proteggerlo e impedire le ricadute nel suo male di vivere. A proposito di fatti privati, la vita di Leo non si prestava certamente a pettegolezzi. Tuttavia era trapelata la notizia che nel periodo in cui egli era impegnato in un giro negli Stati Uniti, la donna che avrebbe dovuto andare a vivere con lui, lo aveva abbandonato. Una donna con figli piccoli e Leo nell'attesa del loro arrivo aveva trasformato la stanza della sua gioventù in una camera per bambini con pupazzi di legno colorato appesi alle pareti.
Ho cominciato a freque tare casa Vergani alla fine degli anni Settanta quando Guido Volle invitarmi nella giuria del Premio Bagutta offrendomi anche ospitalità. Mi fu destinata la stanza con i pupazzi infantili. Il secondo anno ebbi la sorpresa di trovare tutto immutato in quella stanza, non solo i pupazzi colorati, anche i giornali che avevo dimenticato dall'anno precedente. Era un segnale che purtroppo esigeva una spiegazione.
Leo dormiva nella stanza di fronte sull'altro lato del corridoio, ma al ritorno dal giornale doveva aveva ottenuto orari ridotti e niente più viaggi, vi passava molte ore anche nel pomeriggio. Fu fatale scoprire che aveva imboccato le infernali strade della depressione. Conoscevo per esperienza questo alienarsi della vita, e il vuoto lasciato, subito invaso dall'angoscia. Un allagamento inarrestabile, uno sprofondare senza possibilità di appiglio, e accanto le boccette degli psicofarmaci per cui l'orrore aveva anche un sapore.
Nel tardo pomeriggio bussavo alla porta di Leo; mi affacciavo con qualche pretesto, fingevo di interessarmi a un quadro di Zandomenighi appena accanto al letto. Leo mi rispondeva premurosamente; sentivo che non gli dispiaceva che mi trattenessi a chiacchierare anche se gli mancava l'energia per alzarsi dal letto. Così tutti i pomeriggi da un anno all'altro senza che nulla cambiasse; né gli orari, né il pasto consumato svogliatamente in cucina aprendo una scatola, prelevando qualche fetta di prosciutto da una busta di plastica e intorno tanti barattoli di birra analcolica. I nostri discorsi vagavano del tutto occasionali, ma sotto c'era un colloquio silenzioso tra due persone che condividevano un segreto: una in presa alla depressione, l'altra con l'ossessione di ricaderne.
Alla sera qualche volta si usciva a cena. Da Bagutta i vecchi camerieri che lo avevano conosciuto da bambino lo seguivano con sguardo addolorato. Altre volte andavamo in casa di amici suoi che avevano formato una sorta di catena di solidarietà per cercare di tirarlo fuori dall'impasse in cui era finito.
Passò qualche anno, finché l'improvvisa notizia: «Leo sta benissimo». A Guido spettò il compito di dare la spiegazione. Leo si era messo in cura da un famoso medico di Pisa e il risultato benefico non si era fatto attendere. Il primo effetto di questa guarigione fu quello di convincere l'amico Indro Montanelli ad affidarsi allo stesso tipo di cura. Seguì una felice conferma. E tuttavia in un successivo incontro con Leo non riuscii a scacciare un piccolo, fastidioso sospetto. Notai nel suo comportamento una nota in più, un anno addirittura di quell'euforia che entra nelle forme patologiche. Come se la cura avesse raggiunto gli strati inferiori della psiche e li avesse sottoposti a eccessive sollecitazioni. Forse erano mie ubbie dato che se io potevo considerarmi «guarito» lo dovevo solo a me stesso e al mio amico Parise che mi aveva spedito a Cortina a sciare per un interno inverno.
Anche quelle apprensioni un po' alla volta erano sparite quando arrivò la notizia di un tumore fulminante al cervello. La morte di Leo nella casa del padre sopraggiunse una decina di anni fa. La casa fu presto smantellata ma la sua parte più preziosa, l'archivio di Orio incastonato nella cultura europea del Novecento, è stato donato da Guido al Fondo manoscritti creato da Maria Corti all'Università di Pavia.