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Branko: tra le stelle con un gesuita

MILANO Il re degli astrologi, quello che ha fatto conoscere al grande pubblico la filosofia del leggere le stelle, ha un cognome che non lascia dubbi sulle sue origini: Vatovec. E un nome conosciuto non solo da tutti gli appassionati, ma anche da chi la pagina dell'oroscopo la sbircia comunque: Branko.
Branko Vatovec è istriano, nato a Cesari di Capodistria sessantuno anni fa, nel 1944. È andato a vivere a Roma giovanissimo per seguire il grande amore della sua vita e lì ha raggiunto la fama, prima come aiuto regista in teatro, poi come astrologo. È stato il primo esperto dello Zodiaco a diventare anche un personaggio del piccolo schermo: dodici anni nella trasmissione «Unomattina» su Raiuno, innumerevoli inviti nei salotti televisivi, dal «Maurizio Costanzo Show» a «Domenica In».
Anche fuori dalla televisione ha fatto di tutto: tiene una rubrica su Radio Dimensione Suono da ventitré anni, ha una rivista che porta il suo nome e da poco è uscito per Mondadori il suo decimo, vendutissimo, «Calendario Astrologico» del nuovo anno. Abita ancora nella capitale insieme ai suoi due setter inglesi, Asia e Urano, in una casa senza foto perché, dice, gli mettono troppa malinconia. Niente immagini ma molti ricordi: la sua vita è tanto ricca di esperienze e aneddoti da sembrare un romanzo.
Unica nota di fondo costante: l'amore per la sua Istria e per Trieste. «Vivo a Roma da quarant'anni ma compro ancora "Il Piccolo" quando riesco a trovarlo», dice Branko. «A un certo punto me ne sono andato per cercare il mio posto nel mondo, ma ho un fortissimo senso di appartenenza verso la mia terra. Mi sento istriano nel carattere, nella costanza, nella testardaggine».
Cosa l'ha spinta ad andare a Roma?
«È stato il mio unico vero amore, una ragazza romana dei Gemelli che ho incontrato un sabato pomeriggio di agosto a Barcola. Avevo vent'anni. Lo ricordo come se fosse ora: abbiamo mangiato un gelato insieme al tramonto, lì sulla costa, e il giorno dopo ero già nella capitale con lei. La sua famiglia era di origine ebrea, suo padre aveva un negozio e all'inizio ho lavorato un po' con lui. La storia è durata per diciassette anni, poi sono stato tradito e abbandonato. Di lei non ho voluto sapere più nulla. Ho pensato: basta con l'amore, non avrò più neanche un flirt».
È stato così?
«Certo, perché non ho più provato lo stesso interesse per nessun'altra. E poi io sono dello Scorpione: quando taglio con qualcosa, lo faccio sul serio. Ma non mi sono pentito di aver seguito l'istinto».
Com'è nata la passione per l'astrologia?
«È stato un caso: proprio in quel periodo di crisi incontravo tutti i giorni al bar un gesuita brasiliano. Pian piano siamo diventati amici, lui ha intuito la mia sofferenza per l'amore e mi ha detto: piuttosto che piangere, leggi qualcosa. Così mi ha dato il primo libro di astrologia».
Poi le stelle l'hanno conquistata...
«Ho continuato a occuparmene per istinto. Quello che più mi affascina è che l'astrologia mi ispira idee, concetti e previsioni delle quali a volte non mi rendo neppure pienamente conto. Le faccio un esempio: è la prima volta che un giornale di Trieste mi intervista e nell'ultimo calendario astrologico, di getto, come introduzione al segno dello Scorpione ho riportato una frase di Scipio Slataper. Forse me lo sentivo».
O forse sente ancora un forte legame con i suoi luoghi d'origine...
«Provo sempre un grande amore per l'Istria. Molti se ne sono andati, come Laura Antonelli che è di Pola e Sergio Endrigo di Rovigno, ma tutti, anche se lontani, restiamo molto istriani. E amo anche Trieste. Quando ero bambino, subito dopo la guerra, mi sembrava l'America. Erano tempi durissimi. Mia madre lavorava in città, faceva la lavandaia per una signora di Ferrara che si era innamorata di un ufficiale americano. Partiva il lunedì mattina e tornava nella nostra "zona B" il giovedì sera, portandomi tutto quello che trovava. Aveva addosso il tipico profumo di buono del bucato e quello per me era il profumo di Trieste. Da ragazzo sono sempre stato indipendente e passavo il confine per fare alcuni lavoretti, ho anche venduto ciclamini! Oppure venivo a trovare mio fratello».
Da quanto tempo non torna a Trieste?
«Da due anni, proprio da quando è morto mio fratello, la persona più importante della mia vita. Aveva vent'anni più di me e mi ha sempre protetto, tra di noi c'era un legame ombelicale che non aveva bisogno di parole. Mi sono rimasti mia cognata e i miei nipoti che vivono a Muggia, ma non riesco ancora a tornarci, il dolore è troppo vivo».
Cosa le manca di più della sua terra?
«Quell'aria particolare che si respira quando si passa il confine... è inspiegabile, ma l'aria è diversa. Forse il paesaggio, tutti quegli ulivi e quella vegetazione. E poi i cibi. Il nostro baccalà, la nostra polenta e le nostre creme carsoline non si trovano da altre parti!».
Prima di dedicarsi all'astrologia ha iniziato la carriera giornalistica...
«Appena arrivato a Roma scrivevo per il ”Primorski Dnevnik”. Ho intervistato moltissimi personaggi famosi e persino Mina. All'epoca fu una cosa strepitosa. Mi raccontò che la catenina che portava sempre al collo era di suo fratello Alfredo, scomparso, l'unico per il quale piangesse. Noi giornalisti sloveni eravamo facilitati nelle interviste: non c'erano ancora le radio private e ai discografici faceva gola avere risonanza su Radio Capodistria. Poi mi sono iscritto all'Accademia d'arte drammatica e ho lavorato con grandi artisti come Lilla Brignone, Paolo Stoppa, Enrico Maria Salerno. Da loro ho imparato soprattutto il rispetto e la paura per il pubblico. Stoppa, ad esempio, tremava sempre prima di entrare in scena».
Ma è passato anche per il teatro triestino.
«Sì, ho lavorato per lo Stabile di Trieste nell'"Amico sciacallo" con Furio Bordon, una persona straordinaria e un grande intellettuale. Poi con Franco Enriquez in "Chi ha paura di Virginia Woolf?". Infine dalla prosa sono approdato alla lirica, al Carlo Felice di Genova, al San Carlo di Napoli. La carriera teatrale si è conclusa di botto quando sono tornato in Istria perché i miei genitori stavano male. Ho lavorato a Radio Capodistria e poi, tornato a Roma, mi sono proposto a Radio Dimensione Suono dove ho ancora la mia rubrica: ventitrè anni nella stessa radio, allo stesso orario, un vero record».
La popolarità, però, è arrivata con la televisione.
«Ho fatto per dodici anni "Unomattina", ora l'ho lasciata perché era diventato davvero pesante svegliarsi tutti i giorni alle quattro e mezza. Ultimamente ho anche subito un grosso intervento e non ce l'ho più fatta. Ma sono sempre aperto ad altri inviti».
Che rapporto ha con gli altri astrologi del piccolo schermo?
«Nessuno. Non voglio proprio sentirne parlare, provo sempre una specie di imbarazzo e penso: io voglio essere diverso. E poi diciamolo, sono stato io a spianare la strada all'astrologia in tv».
Quali sono stati i suoi maestri nella lettura delle stelle?
«Sono due: Lucia Alberti e Francesco Waldner... Ho raccolto con orgoglio la sua storica rubrica sul "Messaggero"».
Cosa serve per fare un bell'oroscopo?
«Non ci si può improvvisare astrologi. Bisogna conoscere la posizione dei pianeti, saperla interpretare e aver letto molti libri, anche di letteratura. E soprattutto bisogna avere un grande intuito, qualità innata. Io, ad esempio, l'ho ereditata da mia madre. Era una persona semplice ma riusciva a stabilire con le persone rapporti molto profondi, in un certo senso eterni».
Nel suo «Calendario Astrologico» ci sono soprattutto previsioni positive. Sarà un anno particolarmente fortunato?
«Devo dire che ho lasciato fuori delle previsioni che potevano allarmare il pubblico. Non mi piace prevedere eventi catastrofici anche se è più facile perché si vedono subito nelle stelle. Nella prefazione ho scritto che dobbiamo essere più virtuosi e comunque io sono ottimista riguardo al futuro».
Perché l'astrologia ha tanto successo?
«È come un piccolo faro che ti guida e che annulla le differenze. Cosa ci può essere in comune, ad esempio, tra il Principe Carlo d'Inghilterra e un operaio di Napoli dello stesso segno zodiacale? Avranno di certo vite diverse, ma alcuni tratti in comune. La posizione delle stelle è uguale per entrambi. Certo non posso dimostrare che Venere è il pianeta dell'amore, ma posso crederci come a una filosofia ottimista. Bisogna prendere l'astrologia come un piccolo aiuto. Senza darle troppo importanza, ma anche senza disprezzarla. E poi diciamolo, è anche molto chic».
Virginia Maestro