Strage in un cinema di Ancona e l'ombra si allunga su Gorizia

PICCOLA CITTÀ Il 1955 si apre come un anno estremamente fortunato per il cinema, grazie anche all'ammodernamento delle tecnologie.Il Piccolodi domenica 9 gennaio annuncia che il Corso può avvalersi della stereofonia: la inaugura, fra bàttiti di spade e trottar di cavalli, «I cavalieri della tavola rotonda». Il cinema, a dieci anni dalla fine della guerra, è cinema di massa e spazio simbolo. Dei sogni certo ma anche delle speranze deluse che defluiscono in tragedia. La galleria del Metropolitan di Ancona, domenica sera 9 gennaio alle 21, affollata allo stremo per la visione di «Pane amore e gelosia», diventa luogo di strage. Nell'oscurità vengono gettate quattro bombe a mano: due spettatrici muoiono, quaranta i feriti. Il responsabile, subito identificato, sfugge alla cattura. È un maresciallo cinquantenne della Guardia di Finanza che «ha agito in un improvviso accesso di follia»: dispone ancora di bombe a mano e caricatori. Nei memoriali che invia ai giornali suggella la sua storia. «Da cinquant'anni non ho il piacere di vivere in un'abitazione come si deve», scrive Michele Cannarozzo, e dice di voler lanciare bombe in chiese cinema e teatri, lì dove si riunisca molta gente in possesso di quanto a lui sempre è mancato, una casa.
Il terremoto di Messina gli aveva distrutto quella paterna e per dieci anni aveva vissuto in «una lurida baracca»; all'epoca viveva in un unico vano, «un sotterraneo, una grotta terrestre», con moglie e suocera e due figli. A vuoto erano andate le richieste di una casa popolare a riscatto, dieci mila lire mensili, canone compatibile allo stipendio. Subito dopo la strage, nel clima di stato d'assedio, sulla sua testa viene posta una taglia di due milioni di lire, che se glieli avessero dati a lui direttamente una casa sarebbe certo riuscito a costruirsela.
La fuga dell'attentatore finisce a Portogruaro, sulla via della Jugoslavia. Scende da un treno il mercoledì pomeriggio, sosta in una trattoria, va al cinema, segue i binari della ferrovia sino all'incrocio con il Reghena, il fiume che porta a Caorle, il paese dove eran nati i suoi due figli. Lì butta via tutto, i soldi, le bombe a mano, salva in un fazzoletto la fede per la moglie e si spara al cuore lasciandosi cadere in acqua, casomai il fiume potesse portarlo sino al mare.
Son passati pochi giorni, dalla domenica della strage al mercoledì del suicidio, ma sufficienti a impressionare ogni angolo d'Italia, ovunque si possa temere o auspicare la materializzazione del colpevole. Curzio Malaparte, che della storia annusa i sapori sulfurei, parla di una «Tragedia dell'onestà». Gorizia non resta fuori. «Un'ombra paurosa», titolaIl Piccolo. «Come spesso succede, quando un individuo pericoloso della società riesce a rendersi latitante anche questa volta qualcuno si attende di vederlo comparire a Gorizia». Era già successo, ricorda il giornale, «al tempo in cui Graziosi evase dal carcere e così accadde per Dejana e Lucidi e Serra e altri». Era, è, lo stereotipo, anche recente, della città. Gorizia potenziale santuario per fuggitivi, accogliente covo di spie, tiepida giungla bifronte.
Sandro Scandolara