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Saramago: democrazie solo apparenti

«Ho voluto scrivere un romanzo sul potere. Sulla sua violenza, sui meccanismi pretestuosi con i quali impone ai cittadini misure che li privano della libertà». Così lo scrittore portoghese Josè Saramago, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, spiega il suo nuovo libro «Saggio sulla lucidità» (Einaudi, pagg. 290, euro 17.50).
Saramago è stato nei giorni scorsi a Roma per la presentazione del suo romanzo. «Torno sempre volentieri in Italia - dice -, un Paese in cui il potere non è mai stato capace di vincere sulla carica ironica dei cittadini, sul loro spirito disincantato, sul loro amore per la risata e lo sberleffo. Un Paese che non potrebbe mai somigliare a quello che ho descritto nel libro».
Quello del romanzo è un Paese senza nome, dove vengono indette normali elezioni amministrative. Ma nessuno, o quasi, va a votare. Il governo è spaventato, teme un complotto anarchico-sovversivo. E inizia a prendere misure repressive, tra le quali lo spostamento della capitale da una città all'altra. Gli abitanti, però, mantengono inaspettatamente la calma, perfino quando il governo provoca una strage per far saltare i nervi della popolazione e scatenare panico e caos.
Poi, da giallo a sfondo politico, il romanzo di Saramago diviene una vicenda dai contorni onirici, surreali. L'astensionismo elettorale e la conseguente crisi vengono infatti collegati a una epidemia di cecità esplosa nel Paese anni prima. Tanto che i principali sospetti del potere si appuntano su una donna, scampata all'epidemia e moglie di un oculista, che diviene, almeno nelle intenzioni del governo, il capro espiatorio.
Saramago, il Paese da lei descritto non ha nome né precise coordinate geografiche. Perché?
«Perché è uno Stato che nasce dalla fantasia, e dunque non è identificato come non lo sono certe immagini che vediamo nei sogni. Però, come le visioni oniriche, è emblematico, indicativo. Potrebbe essere un Paese qualunque dei tanti che vediamo sulle carte geografiche. Quello che conta non è il Paese, ma il meccanismo del potere, la feroce volontà di dominio di chi lo governa».
Può parlarci di questo meccanismo del potere?
«Il potere che di cui parlo nel romanzo non è una dittatura, ma una democrazia apparente. Come molti Stati di oggi. Le elezioni sono regolari, così pure gli organi istituzionali. Ma basta qualcosa che non va, basta un evento fuori dalla norma, come un massiccio astensionismo, a scatenare una deriva totalitaria. Il governo si spaventa, teme complotti, e sfrutta questi timori per svelare la propria vera natura, cioè per sopprimere le libertà e innescare un'autentica repressione poliziesca, dove polizia e servizi segreti divengono l'indispensabile strumento di una ferocia con la quale il potere si rafforza e si assolutizza nella speranza di conservarsi il più a lungo possibile».
Insomma, la paura dei disordini e dei complotti è solo un pretesto...
«Certo. Ho scelto il pretesto più inconsistente, cioè l'astensionismo elettorale, per far capire che basta davvero poco per trasformare un'apparente democrazia in un regime totalitario».
Ci sono esempi nel mondo d'oggi di simili trasformazioni?
«Pensiamo alla Russia, dove, dopo le grandi stragi terroristiche, come quella recente della scuola in Ossezia, il governo ha allargato enormemente i suoi poteri, e Putin ha fatto varare mutamenti alla Costituzione che rendono il suo potere praticamente assoluto, con una centralizzazione che non si vedeva dai tempi dell'Unione Sovietica. Penso anche a Israele, un Paese dove la paura del terrorismo spinge il governo a misure che costringono un intero popolo, i palestinesi, a vivere in condizioni atroci, lontane da ogni dignità e senso di umanità, e l'intero Stato a stare in una sorta di perenne regime di guerra, una sorta di regime militare mascherato. Ma non basta. Gli esempi non finiscono qui».
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«Un esempio che pochi vogliono vedere di passaggio da una democrazia a un regime repressivo sono gli Stati Uniti dopo l'11 Settembre. Ecco: la strage delle Torri Gemelle è stata il pretesto non solo per due guerre coloniali come quella in Afghanistan e quella in Iraq, ma anche per una soppressione sostanziale di molti dei diritti civili all'interno degli Usa, con un controllo oggi davvero poliziesco sulla vita dei cittadini ed un'autentica caccia alle streghe che fa dell'”arabo”, dell'”islamico” il nemico per eccellenza, il responsabile di tutti i guai e di tutti i rischi. Non è solo colpa dell'amministrazione Bush: è, appunto, il meccanismo del potere».
Lei è da anni impegnato contro la globalizzazione. Perché?
«Io non sono solo impegnato contro la globalizzazione, ma sono a fianco dei movimenti no-global di tutto il mondo. Perché la globalizzazione è una forma nuova, terribile, di totalitarismo, che sta provocando la scomparsa delle culture, delle diversità, di tutto ciò che può dirsi realmente umano. Nei miei libri, in tutti i miei libri, vorrei che apparisse un elemento chiave: la difesa di ciò che è umano contro il mondo delle macchine, delle tecnologie, e delle multinazionali».
Come è nato questo nuovo romanzo?
«Dalla mia volontà di dare un seguito a un romanzo che avevo scritto anni fa, ”Cecità”. I personaggi sono per lo più gli stessi, così il clima. Sentivo il bisogno di dare uno sviluppo a quella storia, uno sviluppo che fosse pienamente evocativo della realtà che stiamo vivendo».
A quali autori si sente più legato?
«I miei libri preferiti, quelli che sono alla base del mio lavoro di scrittore, sono ”Le metamorfosi” di Kafka, certi romanzi di Pessoa e i ”Saggi” di Montaigne, un testo scritto nel Seicento e che, a leggerlo, sembra appartenere al nostro tempo. Se si conoscono bene i testi che ho citato, si capisce anche il carattere profondo di ”Saggio sulla lucidità”».
Lei ha ottantadue anni, e viaggia senza sosta soprattutto per il suo impegno civile. Questi spostamenti non finiscono per togliere tempo alla scrittura?
«Non sono i viaggi a togliermi tempo. Viaggiare mi aiuta a scrivere, e l'impegno lo ritengo un mio dovere assoluto, che viene prima del lavoro letterario. Purtroppo non riesco più, soprattutto per colpa dell'età, a leggere quanto vorrei. Riesco a mala pena a scrivere poche pagine al giorno. E' questo avanzare dell'età, questo venir meno del tempo e delle forze, il mio vero tormento».
Tommaso Debenedetti