Morta Serafina Battaglia, fu la prima a testimoniare contro i boss della mafia

LA STORIA PALERMOUna donna affranta, avvolta nello scialle nero, si siede davanti ai giudici e lancia accuse di fuoco contro la mafia. Negli anni '60 quell'immagine in bianco e nero testimonia simbolicamente una frattura culturale e un rifiuto delle regole dell' omertà. Per di più la sfida ai boss, che hanno potere di vita e di morte, viene da una donna dal volto segnato dalle rughe e dal dolore. Serafina Battaglia cerca la vendetta ma, per la prima volta, trova il coraggio civile di rivolgersi alla giustizia.
La rivolta morale viene dall' interno stesso della mafia.
Serafina Battaglia, morta a 85 anni, aveva sopportato in silenzio, secondo costume, l'uccisione del marito Stefano Leale. Aveva messo il lutto stretto e, secondo tradizione, aveva pensato di ripagare gli assassini con la stessa moneta. Per quasi un anno aveva cercato di convincere il figlio Salvatore Lupo Leale a regolare i conti con i boss. Il giovane aveva prima tentennato, poi si era deciso a impugnare le armi. Ma l'attentato contro i presunti mandanti, Vincenzo e Filippo Rimi, boss di Alcamo, era fallito mentre la rappresaglia sarebbe di lì a poco arrivata puntualmente. L'uccisione di Salvatore Lupo Leale il 30 gennaio 1962 convinse Serafina Battaglia a compiere il grande passo. Prima di alzare il suo grido d'accusa baciò il crocifisso e recitò un lucido preambolo: «I mafiosi sono pupi. Fanno gli spavaldi solo con chi ha paura di loro, ma se si ha il coraggio di attaccarli e demolirli diventano vigliacchi. Non sono uomini d'onore ma pezze da piedi».
Ai giudici potè finalmente ripetere gli ingombranti segreti che le aveva confidato il marito. Parlò dei traffici e dei crimini delle cosche, coinvolse trenta mafiosi, svelò i retroscena di ventiquattro omicidi. La mafia sembrava messa in ginocchio da una donna che spezzava i codici d'onore e liquidava gli stereotipi di una Sicilia dominata dalla paura. Da quel momento Serafina Battaglia prese l'abitudine di portare con sè anche una pistola. «La tengo per difendermi anche se ora la mia arma è la giustizia», proclamò.
Il processo agli uomini dei Rimi si concluse con condanne esemplari che in appello vennero ridotte e in Cassazione annullate. Il coraggio di quella donna in gramaglie che aveva guidato una rivoluzione culturale non era servito a nulla. È rimasto il sospetto che l' esito del processo fosse stato pilotato. Tommaso Buscetta ha raccontato che Gaetano Badalamenti, cognato di Rimi, si sarebbe rivolto perfino a Giulio Andreotti per perorare l'assoluzione. Andreotti ha sempre negato l'incontro e Badalamenti non lo ha mai confermato.
Ma la scelta di quella donna, ora morta quasi dimenticata, non è rimasta senza conseguenze. Vent'anni dopo, in una Sicilia che intanto aveva imboccato la strada del riscatto dalla cultura mafiosa, altre donne hanno ripreso e proseguito la sfida perduta di Serafina Battaglia. E stavolta le condanne non sono state più cancellate.