30 luglio 2004 —
pagina 07
sezione: Attualità
Franco Briatico è un nome ignoto per la stragrande maggioranza dei cittadini che seguono con un minimo di attenzione le vicende del Paese. Ma i non molti che hanno partecipato alla vita politica nazionale negli anni che vanno dai 60 ai primi 80 sanno che è quello di una persona molto addentro in quel che aveva luogo non sul palcoscenico, ma dietro le quinte.
Per questo è molto positivo che abbia deciso di scrivere un grosso volume oltre 600 pagine dedicato alla storia e alle strategie dell'Eni, nel cui ambito ha lavorato dal 1955 al 1984: «Ascesa e declino del capitale pubblico in Italia» ( Il Mulino). Se forse c'è un rimpianto è che, per dare oggettività all'interpretazione personale degli avvenimenti, Briatico abbia utilizzato una vera e propria marea di fonti pubbliche, che stupisce egli abbia diligentemente e intelligentemente conservato. Ha evitato, in tal modo, di raccontare episodi di cui lui certamente è stato protagonista e testimone. Comunque il quadro complessivo colma molte lacune nelle conoscenze dell'evoluzione di una delle principali imprese italiane e fornisce una stimolante interpretazione del suo sviluppo .
In estrema sintesi si può dire che la crescita dell'Eni abbia attraversato cinque fasi. Quella eroica di Mattei e Cefis. Quella tragica, dopo l'abbandono da parte di quest'ultimo e sino ai primi anni 80. Quella di tale decennio, caratterizzata nel bene e nel male, dalla presidenza di Reviglio. La crisi di «mani pulite» con il tragico suicidio in carcere di Cagliari. Infine la privatizzazione.
Mattei è stato il fondatore. Un imprenditore (lo era già in proprio quando assunse la responsabilità dell'Agip) con un fortissimo senso del comando, ma una visone di amplissimo respiro che andava dal voler costruire ex-novo una grande società petrolifera in un mercato dominato dalle 7 sorelle, alla nuova urbanistica che dava una dimensione umana al vivere dei dipendenti, da San Donato a Gela. Aveva anche un disegno politico, ma quando Segni gli pose un aut-aut, scelse la crescita dell'Eni.
Nell'ambito di questo aveva creato un gruppo storico di dirigenti caratterizzati da capacità e onestà che hanno permesso all'impresa di mantenere molta validità anche in periodi neri. Certo rischiava molto. Alla sua morte, la situazione finanziaria dell'Eni era squilibrata in modo preoccupante. Di qui l'impegno di Cefis a sistemarla, a rappacificarsi con i tradizionali avversari, a cercare di tener estranea la politica (salvo un certo favore per le tesi abbastanza bislacche del prof. Miglio che vede le imprese al centro di un neo-feudalesimo). Perché in quegli anni anche questa è mutata. Come scrive Briatico «il Parlamento tende a un interventismo nell'area imprenditoriale, a causa dell'identificazione che esso ha assunto con i partiti. La questione di fondo è quella, torbida, del finanziamento occulto. Attraverso di esso, i capi delle imprese a capitale pubblico sperano di sbarazzarsi delle continue ipoteche sulla conduzione, facendone inoltre un alibi per le loro difficoltà di gestione».
Diventa allora logico che lo stesso Cefis lasci l'Eni per diventare presidente della Montedison, che in precedenza aveva cercato di scalare. La crisi della chimica gli impedisce di realizzare il suo disegno egemonico e, dopo non molti anni, si ritira.
Segue all'Eni un periodo di grande confusione, in cui di fatto le interferenze politiche si accrescono e cominciano gli interessi e gli arricchimenti personali. Reviglio tenta di riportare ordine e pulizia. Il documentato giudizio, tuttavia, che ne dà Briatico, fa tornare alla mente le pagine di Bagehot in cui il vero padre dell'«Economist» scrive che gli errori di conduzione hanno spesso coseguenze più gravi di quelle della disonestà. L'aver considerato un proprio grande merito la paternità dell'operazione Enimont, in cui si fonde la chimica di base dei due tradizionali avversari, Eni e Montedison, fa quasi passare in secondo piano l'opera di trasparenza avviata da Reviglio, ma non portata a compimento. Come provano gli eventi messi in luce da «mani pulite» che hanno mostrato come interferenze politiche e interessi privati finiscano troppo spesso per convivere creando un «non casto connubio».
Sulle vicende e le strategie più recenti, il giudizio di Briatico è ovviamente soggettivo e non ha più lo spessore della testimonianza di un protagonista. Questo non toglie al libro il suo valore che rende la lettura incentivo a molte riflessioni. Ma di queste in altra occasione.