Un triestino eclettico

Ho letto con grande interesse il volume «Trieste nascosta», di Halupca/Veronese, edito dalle Assicurazioni Generali. Essendo un estimatore di tutto quello che si scrive sulle origini della nostra città, dalla storia alla cultura, alle numerose etnie che qui continuano ad essere presenti, ho pensato che sarebbe bello se il nostro quotidiano riservasse uno spazio per portare alla ribalta quei nostri concittadini che, per loro umiltà, vissero nell'ombra pur avendo capacità non comuni.
Uno di questi è stato Livio Franceschini, nato a Trieste. Suo padre aveva un'attività commerciale in via Marconi. I suoi figli, tre maschi e una femmina, nel periodo della loro giovinezza hanno frequentato la vicina chiesa di via del Ronco. In questa chiesa, non ancora parrocchia, è tuttora insediata la confraternita della Compagnia di Gesù.
Livio frequentò il liceo, s'iscrisse all'università ma non portò mai a compimento i suoi studi perché sposò prima di tutto la sua attività sportiva. S'iscrisse alla gloriosa Società Ginnastica Triestina, sezione pallacanestro. Squadra, per tanti anni, campione d'Italia.
Assieme a Bessi e Novelli arrivano fino in nazionale e partecipano ai campionati europei in Lituania. Siamo alla vigilia dell'ultima guerra e anche Livio è chiamato alle armi. Prima di lasciare Trieste contrae matrimonio con una persona impegnata nel ramo industriale. Ufficiale dei granatieri è trasferito a Roma. Addetto militare della Regina Elena, s'innamora di una damigella di Corte. È chiamato a giocare nella Società Lazio. Presidente del sodalizio era Bruno Mussolini. Nella stessa squadra giocava Vittorio Gasmann: diventeranno grandi amici. Intanto la guerra incalza. Con il suo reggimento Livio partecipa alla difesa di Roma.
Ritornato a Trieste s'innamora della pittura. Trova ospitalità nella mansarda dello stabile di via Manzoni 8, allora Casa del giovane. In quell'ambiente spazioso e pieno di luce Livio inizia la sua nuova attività. Da prima predilige l'acquerello. I temi gli sono suggeriti dalla sua stessa città: Marine, San Giusto, vele, ecc... Più tardi trova un modo particolare di dipingere nature morte, usando colore a tempera con un misto di olio e patinato fresco. I colori preferiti vanno dal blu forte per il fondo e, sempre meno forte, fino ad arrivare a un grigio tenue. Il vero personaggio è il rosso impregnato. I fiori assumono con questo colore una luce particolare. Le sue opere sono esposte in diversi edifici privati e pubblici.
Nei momenti di relax, si porta nel bar di via Gambini dove, fra un caffè e una sigaretta, intrattiene gli amici in conversazioni che spaziano dalla cultura alla politica al mondo del lavoro.
Ha pochi rapporti con gli artisti triestini. Rare volte si porta in un locale di via Geppa, ritrovo della crema dei pittori nostrani: non era il suo ambiente.
Portava sempre con sé un notes e mezza matita Fila, e al tavolino schizzava disegni. Soltanto per caso venni a sapere che quel notes conteneva anche argomenti del tutto estranei al suo lavoro: stava preparando un romanzo giallo. Finita la bozza, non trovò l'editore perché Livio era uno sconosciuto!
Un giorno, al mio rientro da un lavoro fuori città, seppi che, silenziosamente, Livio ci aveva lasciati. Nessuno si meravigliò: era suo costume! Mi piacerebbe, con gli stessi intenti con cui è stato scritto il libro «Trieste nascosta», trovare un ente, un comitato che rivaluti questo nostro concittadino presentando ai triestini le opere di Livio Franceschini.
Lodovico Cufersin