ARCHIVIO il Piccolo dal 2003

Coetzee: all’Africa non bastano belle parole

ROMA «Il mondo ricco si è dimostrato, in questi anni, non solo incapace di aiutare l'Africa, ma anche e soprattutto di comprenderla, di capire fino in fondo le caratteristiche di questo continente». John Maxwel Coetzee, lo scrittore sudafricano vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 2003, sintetizza così la sua amarezza nei confronti di un Occidente che, a suo avviso, si ostina ad ignorare l'Africa.
«Il problema è - chiarisce Coetzee - che l'Africa non fa notizia. I suoi drammi, le sue guerre, le sue tragedie, hanno qualcosa di scontato. Nessuno se ne occuperebbe con l'attenzione che invece viene prestata al Medio Oriente o all'Asia, o ad altre aree del modo. Si dice: è Africa. E questo basta a stendere il silenzio, a dare per scontati la sofferenza e i mali».
Coetzee è a Roma, dove ieri sera ha partecipato all'ultima delle serate del Festival delle Letterature, organizzato, nella Basilica di Massenzio, dal Comune della capitale. Non è facile parlare con lui. Questo sudafricano di origine boera, occhi e capelli chiarissimi, vissuto per anni in Inghilterra, poi in America e Australia, non ama la pubblicità. E detesta, anche ora che ha vinto il Nobel e tutti chiedono una sua opinione, dialogare con i giornalisti. «I giornali e la tv semplificano tutto, riducono tutto a slogan: parlare con loro è spesso una perdita di tempo», dice scontroso Coetzee. Lo scrittore preferisce il dialogo con i suoi lettori, con gli appassionati che lo hanno seguito fin dal primo grande successo, il romanzo «Aspettando i barbari», dell'80, e che si sono entusiasmati al suo capolavoro, «La vita e il tempo di Michael K.» (dell'83), o a «Foe», rielaborazione personalissima di Robinson Crosue, o alla geniale prova data in «Vergogna», del '99, con quella galleria di personaggi dai caratteri irrisolti che emblematizzano l'intera società sudafricana negli anni dopo la fine dell'apartheid.
Coetzee, lei dice che il mondo ricco non ha capito nulla dell'Africa. Può spiegarsi meglio?
«Si può partire da un primo grande equivoco. Non esiste una sola Africa, come i mass media ci raccontano con superficialità ogni giorno. Ne esistono almeno tre, assai differenti fra loro. Esiste l'Africa del Nord, islamica ed interamente inserita in quel complesso ma sostanzialmente unitario universo musulmano che va dall'Oceano Atlantico al Golfo Persico. Insomma, un'Africa molto mediorientale. Esiste poi l'Africa cosiddetta nera: quella della fame e delle guerre, ma pure di una straordinaria, nascosta vitalità che il mondo non vuole vedere. Esiste, infine, il mio Sud Africa, un Paese-continente che unisce in sé, in un miscuglio unico, Africa nera e Nord Europa, modo di vita equatoriale e abitudini inglesi o olandesi. Direi che da questa mescolanza nasce la particolarità del mio Paese. Tale compresenza è il suo splendore e la sua dannazione».
Cioè?
«La compresenza di mondo tribale nero e mondo nordeuropeo hanno, anzitutto, prodotto l'apartheid, la vergogna di un regime che eleggeva il razzismo, la discriminazione a legge. Hanno, prima dell'apartheid, causato guerre e instabilità. Ma pure hanno reso possibile il nascere di uno sviluppo culturale unico, capace di integrare gli elementi migliori dell'una e dell'altra identità. In Sud Africa abbiamo una vita letteraria e artistica straordinaria, e possiamo dirci davvero, come nessun altro, figli insieme del continente nero e dell'Europa».
È stata la fine dell'apartheid a determinare questa vitalità culturale?
«Indubbiamente la fine di quel regime orrendo ha molto aiutato la vita letteraria, artistica e teatrale. Vede: l'eliminazione della barriera vergognosa del razzismo ha creato un'esplosione di vita, una gioia di comunicare, di scambiare esperienze, letture, idee sulla vita. E' stata una liberazione immensa, che ha reso, appunto, il Sud Africa come è oggi, e come sempre più sarà nel futuro, man mano che le tracce della bestiale mentalità segregazionista spariranno del tutto».
Mi sembra che lei ci stia raccontando il Sud Africa come un'isola felice. Dai suoi libri, però, emerge una realtà diversa...
«No, il Sud Africa non ha nulla che lo faccia assomigliare a un'isola felice. Ho voluto solo dar conto di quella esuberanza culturale e di contatti umani che segue sempre al crollo di regimi disumani. Ma ora devo dire altro. Devo dire che il Sud Africa è un Paese carico di contraddizioni immense, non solo sociali, ma, per così dire, interiori. Quella compresenza di Africa nera e Nord Europa non è solo radice di scambi di cultura, ma è pure la base di una società schizofrenica, popolata di tanti uomini disorientati, che vogliono vivere come in Occidente ma stanno in Africa e sono africani. Un Paese di metropoli che paiono Occidente ma poi grondano, ancora, di analfabetismo. Un Paese strano, dove nelle periferie, vicino ai grattacieli, capita di vedere ancora, non di rado, le danze propiziatorie, i riti della pioggia. Tutto questo, per uno straniero, può essere molto interessante, ma assicuro che è realmente drammatico. Senza contare che, in molte zone, sopravvive un apartheid senza l'apartheid, con i neri che non vengono fatti integrare nella società e i bianchi che patiscono vere e proprie crisi individuali per il fatto che non si sentono più i dominatori. Questo causa momenti di violenza e di criminalità inauditi».
Cosa pensa della politica dei Paesi occidentali nei confronti del continente africano?
«Non sono un politico né un giornalista o uno studioso. Vedo solo che gli aiuti non arrivano dove dovrebbero arrivare mentre c'è una raccapricciante esibizione di buoni sentimenti a fini pubblicitari. Ecco: molta politica per l'Africa si fa per poterla mettere nei manifesti elettorali o per giovare all'immagine di questa o quella star. E in Africa le cose restano come prima».
Pensa che l'Africa sia, in qualche modo, vittima del confronto planetario fra Islam e Occidente che fa passare in secondo piano i problemi di questa area del mondo?
«Purtroppo sì. Viviamo in un mondo insicuro, reso ancora più vulnerabile dalla follia di gruppi terroristici che ormai sono veri e propri eserciti pronti a colpire ovunque. Ma il dovere e la necessità di prevenire le loro folli azioni sta facendo dimenticare almeno due aree del pianeta: l'Africa e il Sudamerica, abbandonate a se stesse anche dalla disattenzione dei media che ormai riducono ogni problema della Terra al confronto Islam-Occidente o alle mosse possibili di Al Quaeda. E questo è davvero sconfortante».
In quale delle sue opere lei sente di aver espresso meglio la vita del suo Paese?
z«o non esprimo la vita di un Paese, ma racconto solo delle storie. Comunque, il libro che in cui oggi ritrovo di più il mio Sud Africa è ”Vergogna”. Lì ho sentito di dover esprimere tutto il tremendo spaesamento che questa terra sta attraversando. Uno spaesamento che non sappiamo come e quando potrà cessare».
Esiste, secondo lei, un ruolo «civile» dello scrittore?
«Non credo che gli scrittori debbano firmare manifesti o, tantomeno, fare politica. Penso che l'unico loro ruolo ”civile” sia il dover essere scomodi, comunque e sempre: devono narrare il loro mondo con assoluta onestà, senza ricerca di effetti che compiacciano il pubblico e li rendano best-seller. Non devono avere paura di essere se stessi, anche se sembrano antipatici».
Tommaso Debenedetti

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