IL SILENZIO DEI GENITORI Ai genitori di Melissa Russo e di Julie Lejeune, che quando furono rapite, violentate e lasciate morire, avevano solo otto anni, è rimasta solo una ciocca di capelli. Morte di fame e di sete, le bambine pesavano appena 16 chili al momento della scoperta dei resti dei loro corpicini. La piccola Melissa era di origine italiana. I nonni, giunsero in Belgio provenienti dalla Sicilia, originari di Casteltermine in provincia di Agrigento, alla fine degli anni cinquanta dove il nonno trovò subito lavoro in miniera. Il padre, Gino Russo, per cercare la figlia dopo il rapimento lasciò il lavoro alle acciaierie di Cockerille-Sambre, anche grazie al sostegno finanziario dei colleghi e dall'azienda.
I genitori di Melissa hanno rifiutato di essere presenti al processo e di essere rappresentati da un avvocato, mentre ieri erano in aula alla lettura del verdetto della giuria popolare il padre e la madre di Julie che si è detta sollevata. La famiglia Russo si è invece tenuta in silenzio, dopo essere entrata in conflitto con gli inquirenti, fin dall'inizio dell'inchiesta. «Hanno anche temuto - spiegò all'epoca il padre di Melissa - che appartenessi alla mafia, e per questo mi avessero rapito la bambina». BRUXELLES Marc Dutroux è colpevole e con lui anche i tre coimputati. È lui ad aver rapito, sequestrato e violentato sei ragazzine, di cui quattro ritrovate morte. È lui che ha ucciso due di loro, An Marchal ed Eefje Lambrecks. Ed è sempre lui ad aver assassinato il suo presunto complice, Bernard Weinstein.
Con la sentenza della giuria popolare, che tuttavia non si è ancora pronunciata sull'entità della pena, il Belgio sembra scuotersi di dosso un'angoscia che dura da otto anni, da quando le atrocità commesse dall'ex elettricista disoccupato, che abitava a Marcinelle, poco distante dalla città di Charleroi, impressionarono l'opinione pubblica di mezzo mondo.
Sequestri e violenze ripetute su bambine e adoloscenti, a partire dal giugno 1995 per finire solo nell'agosto dell'anno successivo, quando, dopo l'arresto, lo stesso Dutroux indicò ai poliziotti dove teneva prigioniere le due ragazzine rimaste ancora in vita, Sabine Dardenne e Laetitia Delhez, che allora avevano rispettivamente 12 e 14 anni.
Il processo, apertosi ad Arlon, nel Sud del Belgio, il primo marzo scorso, dopo lunghi anni di indagini contrassegnati da polemiche e battute d'arresto, ha permesso di ripercorrere quella tragedia come in un film dell'orrore. Melissa Russo, figlia di genitori di origini italiane, e Julie Lejeune, entrambe di appena otto anni, violentate e poi lasciate morire di fame e di sete in un buco scavato in cantina, quindi sepolte in un terreno di proprietà del pedofilo, insieme al corpo di un presunto complice, Bernard Weinstein. Stessa orribile fine per An Marchal ed Eefje Lambrecks, due ragazze fiammighe di 17 e 19 anni, violentate e uccise, i corpi sotterrati dopo essere stati messi in sacchi di plastica. Infine Sabine e Laetitia, le più fortunate che hanno potuto raccontare la loro storia: violenze, torture fisiche e psicologiche al punto che solo quando lo stesso Dutroux ordinò loro di uscire dalla cantina-prigione della casa di Marcinelle capirono che il loro dramma era finito.
Oggi il Belgio intravede la fine di quel film, che potrà concludersi definitivamente solo la prossima settimana quando i giudici si pronunceranno sull'entità della pena, che tuttavia ormai sembra diventata quasi un aspetto secondario.
«Mi sento sollevata, è una pagina che si chiude», riconosce anche Louisa Lejeune, madre di Julie, con i genitori di Melissa da sempre molto critica nei confronti delle indagini.
Ma il riconoscimento della colpevolezza dell'uomo più odiato del Belgio non risolve tutti i dubbi. Resta aperta la questione di una presunta rete di pedofili che, forse, Dutroux avrebbe alimentato con i suoi rapimenti e sequestri. Più volte evocata anche nel corso del processo ed utilizzata dallo stesso pedofilo per cercare di attenuare la sua colpevolezza, l'esistenza di una rete non ha mai trovato alcun fondamento nel corso delle indagini nè nel dibattimento in aula davanti alla Corte di Assise.