11 maggio 2004 —
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sezione: Attualità
MILANO Un insieme di fattori negativi che vanno dai timori per un aumento dei tassi di interesse prima del previsto da parte della Fed, all'impennata dei petroliferi e alle tensioni geopolitiche, hanno concorso a deprimere le Borse europee che ieri hanno chiuso la giornata in caduta verticale, così come già i mercati asiatici nella notte. Sono stati bruciati 150 miliardi di euro. I titoli dell'indice Dj Stoxx 600, che raggruppa le principali società del vecchio continente che hanno ceduto il 2,66%.
La Borsa di Tokyo ha terminato la seduta con un crollo del 4,84%, mentre lo yen è precipitato ai minimi dal settembre scorso, a quota 113,4 (da 112,2 degli ultimi scambi di venerdì scorso a New York), con gli esperti che ora si attendono un'ulteriore flessione a quota 115 entro fine mese. Il dollaro, intanto, si rafforza su tutte le principali valute fino a raggiungere i massimi da otto mesi sullo yen, dimostrando di non aver risentito delle minacce di attacchi terroristici contro l'ambasciata americana in Giappone.
In Europa tra i comparti a guidare i ribassi sono stati i tecnologici (indice Stoxx di settore -3,47%) sul crollo di Ericsson che ha segnato a Stoccolma un calo del 6,1%, i minerari (Stoxx -3,51%), ciclici (Stoxx -3,33%) e gli assicurativi (Stoxx -2,93%) con Allianz che ha lasciato sul terreno un 4,4%. Pioggia di vendite per le compagnie aeree sui timori che il prezzo del petrolio possa compromettere la loro redditività. Air France guida così i ribassi, cedendo il 6,56%, seguita da British Airways giù del 4,96%, Lufthansa e scesa del 4,39%, Iberia del 3,88% e Alitalia dell' 1,51%. Tra i farmaceutici (Stoxx -2,05%) la casa farmaceutica e chimica tedesca Bayer ha subito un calo del 3,5%, dopo aver annunciato un utile trimestrale leggermente inferiore rispetto a un anno fa anche se in linea con gli obiettivi indicati lo scorso mese. Maglia nera anche per il leader del mercato dell'acciaio Arcelor che ha lasciato sul terreno il 5,1%, nonostante abbia battuto le attese del mercato con i profitti trimestrali, annunciando un miglioramento delle stime e alzando i prezzi dell'acciaio.
Si è aperta con una «doccia fredda», poi, la settimana a Piazza Affari. Un calo, commentano gli operatori, che non ha una spiegazione nel listino italiano ma si allinea alla complessiva discesa dei mercati europei. Il Mibtel ha perso il 2,07% a 20.311 punti, il Mib30 il 2,18% a 27.219 punti. Pesante anche il Nuovo mercato con il Numtel in ribasso del 3,44% a 1.431 punti. Scambi per 3.300 milioni di euro. Telecom ha perso il 2,86% a 2,51 euro e Tim il 2,02% a 4,6 euro. Pesante anche Ti Media (-2,45% a 0,31 euro). Scivolone per Pirelli&C (-3,74% a 0,79 euro) in attesa dei risultati trimestrali e dell'assemblea in calendario oggi. Ha contenuto il calo Pirelli Re (-0,91% a 29,45 euro) dopo i dati del trimestre positivi e in linea con le attese. Tra i media, Seat ha perso il 2,16% a 0,34 euro, Mondadori l' 1,85 a 7,75 euro, Rcs il 2,70% a 3,1 euro, Mediaset il 2,85% a 8,96 euro, Classeditori il 3,99% a 1,75 euro. Tra i tecnologici Stm ha lasciato il 2,81% a 17,77 euro.
Nella bufera del Mib30 ha invece tenuto Fiat (invariata a 5,62 euro), mentre tra le banche Intesa ha perso l'1,22% a 2,68 euro, Unicredit l'1,37% a 3,82 euro, Capitalia il 2,22% a 2,15 euro, Bnl il 2,51% a 1,78 euro. Tra gli assicurativi Generali ha lasciato l'1,86% a 21,13 euro. Senza resistenza anche il settore energia con Eni in ribasso del 2,72% a 16,53 euro. Ecco gli indici dei titoli guida delle principali Borse europee in chiusura di seduta: Londra -2,29%; Parigi -2,73%; Francoforte -2,85%; Milano: -2,18%; Madrid: -2,64%; Amsterdam: -2,52%; Stoccolma: -3,57%; Zurigo: -3,19%.
La Borsa statunitense, dopo aver tanto tergiversato da parecchie sedute a questa parte, sembra aver deciso ieri di imboccare con decisione la strada del ribasso, con il Dow Jones in particolare sceso sotto i 10.000 punti per la prima volta da cinque mesi esatti, cioè dal 10 dicembre 2003. Gli addetti ai lavori imputano alla prospettiva di un rialzo dei tassi d'interesse la ragione delle difficoltà in cui si trova il mercato azionario, ma questa non può essere la sola causa della crisi, che invece probabilmente va ricondotta ad un «mix» di fattori. Il rialzo del costo del denaro è infatti inevitabile, stante la decisa accelerazione dell'economia statunitense; inoltre, una volta deciso dalla Fed, sarà minimo, presumibilmente di un quarto di punto.