Danilo Kis: letteratura come libertà

di Predrag Matvejevic

Nelle lettere dell'ex Jugoslavia emergevano due grandi figure fra gli anziani: Ivo Andric Premio Nobel 1961, che abitava a Belgrado, e Miroslav Krleza di Zagabria. La «letteratura del disgelo», che ha seguito l'emancipazione dalla tutela sovietica, ebbe tra i suoi maggiori rappresentanti Danilo Kis (1935-1989).
Ho conosciuto Kis all'inizio della sua carriera, dopo la pubblicazione dei giovanili «Dolori precoci». Fu ferocemente colpito quando scrisse, negli anni Settanta del secolo ormai passato, il suo romanzo «in sette capitoli» sulle purghe staliniane, intitolato «Una tomba per Boris Davidovic» pubblicato in Italia da Feltrinelli), si era servito di alcune testimonianze sui Gulag e fu assurdamente attaccato come «plagiatore». Tentai di difenderlo pubblicamente e fui anch'io criticato come suo alleato. I processi legali che furono intentati contro di lui a Belgrado, e contro di me a Zagabria, dove si richiese per ciascuno di noi «almeno dieci anni di esclusione dalla vita pubblica», ha sigillato la nostra amicizia.
Rimproverai a Danilo di aver voluto emigrare a Parigi dopo quella storia tenebrosa e lo scongiurai di restare: non presentivo affatto che una decina di anni dopo avrei dovuto prendere la stessa strada, con una vecchia valigia.
(Era già morto quando arrivai a Parigi).
Ci leggevamo i nostri manoscritti prima di pubblicarli, lui i miei e io i suoi. Non ho mai incontrato un giudice così severo e nello stesso tempo infallibile. (Quanto mi manca adesso il suo sguardo, mentre scrivo queste righe!). I «confratelli» tremavano davanti ai suoi giudizi, persino i suoi amici più stretti. Mi è toccato di presentare uno dei suoi libri su una rivista o su un giornale: niente mi è risultato così difficile e penoso. Non vedo uno scrittore slavo, in tutte le nostre letterature del dopoguerra, dotato di una uguale chiarezza di linguaggio e di stile. Nietzsche diceva, per bocca di Zarathustra, che cercava l'uomo «che parla giusto»: Kis era probabilmente quell'uomo.
Più di chiunque altro è stato infastidito dalla stupidità dei propositi di «impegno». Meno di chiunque altro ha fatto concessioni. Ombroso e irascibile, non compiaceva in nessun modo chi non condivideva il suo punto di vista. Passavamo le nostre vacanze insieme a Dubrovnik. Furono fuochi di artificio di idee e momenti di battute di spirito, di litigio e anche di affetto profondo. Ci si trovava in polemica su qualsiasi cosa e in qualsiasi occasione. Trovava sospetta la mia «posizione di sinistra», perché utilizzabile dai comunisti; io gli rimproveravo il suo «atteggiamento di destra» che portava acqua al mulino dei nazionalisti parafascisti. Questo confronto non escludeva i paradossi: i miei parenti in Russia erano stati liquidati nei gulag, i suoi – il suo stesso padre – finirono nei campi nazisti. Il tono delle nostre polemiche diventava talvolta così violento che i nostri amici temevano che si venisse alle mani. Qualche minuto dopo, uscivano insieme, fraternamente allacciati, lui altissimo e magro, io piuttosto piccolo e tarchiato.
Conservo un ricordo straordinario del momento in cui, durante un viaggio in comune, cominciò a improvvisare i suoi «Consigli a un giovane scrittore». Cercavo di stimolarlo con le mie obiezioni: era impossibile; fu intrattabile. Riporto qui alcune delle sue crudeli ammonizioni nell'ordine in cui le intesi allora per la prima volta: Coltiva il dubbio verso le ideologie regnanti e verso i prìncipi.
Tienti lontano dai prìncipi.
Stati attento a non sporcare il tuo linguaggio con il linguaggio delle ideologie.
Sii persuaso di essere più forte dei generali.
Non crederti più debole dei generali, ma non misurarti con loro.
Non credere ai progetti utopici, salvo a quelli che tu stesso concepisci.
Mostrati altrettanto fiero allo sguardo dei prìncipi che a quello delle masse.
Abbi la coscienza tranquilla quanto ai privilegi che ti conferisce il tuo mestiere di scrittore.
Non confondere il carattere funesto della tua scelta con l'oppressione di classe.
Non essere ossessionato dall'ingerenza storica e non credere alla metafora dei treni della Storia.
Non saltare dunque sul «treno della Storia», perché non è che una stupida metafora.
Non associarti con nessuno: lo scrittore è solo.
Abbi la coscienza tranquilla; i prìncipi non hanno niente a che vedere con te, perché sei un prìncipe.
Abbi la coscienza tranquilla: i minatori in galleria non hanno niente a che vedere con te, perché tu sei un minatore in galleria.
Sii scontento della tua sorte, perché solo gli imbecilli sono contenti.
Non essere scontento della tua sorte, perché sie un eletto.
Se non puoi dire la verità, sta' zitto.
Danilo Kis dovette stare zitto per sempre, nell'autunno del 1989, ridotto al silenzio da un cancro ai polmoni. Come disse Vladimir Vysockij in un'occasione simile, ho sentito che «fino a quel momento eravamo due». (La guerra stava per scoppiare nel nostro paese: lui confidò a uno dei suoi fedeli amici montenegrini, presente al suo capezzale di moribondo, che la situazione gli sembrava «più di merda di prima». Ha presentito l'avvento di un mondo «ex»). In una sorta di testamento, redatto al prezzo di un ultimo sforzo ha espresso il desiderio di essere seppellito a Belgrado, «secondo il rito ortodosso», «senza discorsi di circostanza». Durante la vita era agnostico. Ha voluto essere fedele a sua madre montenegrina, e a suo zio ortodosso che l'aveva accolto e allevato dopo la morte di suo padre? Oppure cercava in qualche modo di rompere il suo isolamento, di farla finita una volta per tutte con l'esilio, non foss'altro che nell'oltretomba? Chi lo sa?
Gli ultimi desideri di uno scrittore vengono raramente esauditi. Le sue spoglie terrestri furono seppellite nel nuovo cimitero di Belgrado, ma un pope schierato tra i nazionalisti più accaniti non mancò di pronunciare un'orazione funebre convenientemente «patriottica». La cosa fu sentita fra gli amici che si erano raccolti intorno alla sua tomba come una sfida al defunto.
Mi sforzo di evitare toni patetici. A lui non piaceva. È difficile scrivere su di lui, soprattutto quanto – e come – fosse critico riguardo alla scrittura. Nessuno, nemmeno uno degli autori che ho incontrato nella vita, sapeva leggere un testo come lo faceva Danilo. Simili cose, nella vita letteraria, restano di solito ignorate. È forse in occasioni come questa che bisogna ricordarle. La presenza di Kis era essenziale tra gli scrittori della sua generazione. I suoi giudizi erano inesorabili: con qualche frase di spirito, risolvendo d'un solo colpo in una battuta, rendeva evidente ciò che non valeva niente o ciò che era «meno peggio del resto». Diventava improvvisamente muto quando negli scritti di qualcuno che gli era vicino qualcosa non gli piaceva; e questo poteva talvolta ridurre alla disperazione i suoi migliori amici.
Qualche volta prendeva un testo di qualche letterato conosciuto e incensato e lo parodiava in una maniera di cui lui solo possedeva il segreto, scoraggiando chiunque rischiasse imprudentemente di dar mano alla penna. I commenti, poi, non mancavano. La vanità letteraria si vendica in modo crudele. Come nella Storia del Maestro e del discepolo nell'Enciclopedia dei morti, dove si tratta dell'esiguo numero di coloro che, nel mondo intero, sanno rendere la differenza impercettibile «tra l'Apparenza della sostanza e la Sostanza stessa». In materia di lingua era un maestro assoluto, senza eguali nella nostra nuova letteratura. La sua presenza aveva valore non soltanto di insegnamento, ma forse anche di rimedio, se per certi mali che colpiscono i letterati ne esistono davvero.