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Era il maggio del 1989. Danilo Kis, da Parigi, diceva parole sulla Jugoslavia che, a rileggerle adesso, mettono i brividi. «In Jugoslavia il comunismo non è stato importato, è arrivato dal basso. Paradossalmente questo fatto non aiuta a risolvere i problemi che scuotono il Paese. Gli intellettuali sono preda dell'idea ossessiva che non esista altra alternativa al socialismo. Non credo, nonostante l'esasperazione dei nazionalismi, alla possibilità di una disgregazione della federazione. Dobbiamo trovare un modus vivendi».
Di lì a poco il grande scrittore di «Giardino, cenere», «L'enciclopedia dei morti» avrebbe chiuso gli occhi per sempre. E la Jugoslavia si sarebbe dissolta. Adelphi, che ha tradotto e pubblicato in Italia le sue opere migliori, adesso sta preparando due volumi inediti, che dovrebbero uscire a partire dall'anno prossimo. Si tratta di «Una tomba per Boris Davidovic» e «Homo Poeticus», una raccolta di saggi e interviste.
Diceva Danilo Kis: «Io scrivo per unire mondi lontani».