Mariuccia, la spia fucilata a 21 anni

( Dalla prima pagina)
Forse perchè la storia della staffetta partigiana che tradisce i suoi compagni di lotta, pur giurando di essere stata torturata nella Villa Triste di via Bellosguardo, a Trieste, dagli aguzzini della banda Collotti, era meglio tenerla nascosta. Seppellirla nello stanzino dei ricordi sgradevoli. Esorcizzarla.
Ma quella storia, la storia di Mariuccia, prima o poi doveva riaffiorare. E raccontando le complesse vicende del Pci di Trieste e dell'Istria Occidentale tra il 1943 e il 1946 nel libro «Siamo rimasti soli», pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana, uno studioso scrupoloso e informato come Paolo Sema non poteva evitarla. E proprio adesso che il libro viene presentato a Trieste (domani, alle 17.30, alla Libreria Minerva, in via San Nicolò 20, da Luca Alessandrini dell'Istituto Ferruccio Parri di Bologna, e da Ariella Verrocchio dell'Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia), Sandra Laurenti, una delle nipoti di Mariuccia, ha deciso di mettere gentilmente a disposizione alcune immagini e il testo dell'ultima lettera inviata al padre l11 novembre del 1944.
Scriveva Mariuccia: «Caro papà, scusami se a mezzogiorno non ho potuto venire, più tardi non ti ho trovato. Quello che ti devo dire te lo scrivo. Vado via, non cercarmi. Ieri non avevo il coraggio di dirlo alla mamma, ma ora visto che mi avresti cercata te lo scrivo. Fino alla fine della guerra non ritornerò, oppure forse potrò qualche volta, ma non so se vorrete vedermi, eppure non faccio niente di male, anzi faccio il mio dovere, e così assicuro il mio avvenire. Non essere arrabbiato con me. Perdonatemi se vi faccio soffrire ora, ma un giorno sarete contenti. Non state in pensiero per me, questi quindici giorni sono già stata su e mi sono trovata bene. Forse che qualche giorno incontrerò Genietta. Vi lascio con tanti bacioni ed abbracci e tanti auguri». La firma, semplicemente: Mariuccia.
Aveva appena vent'anni, in quel maledetto 1944, Mariuccia Laurenti. Padre di origine slovena, madre friulana, a Trieste s'era diplomata all'Istituto Commerciale. Suo fratello Eugenio era commissario ella Brigata Partigiana Triestina, suo cugino Bruno un questurino. Sposata troppo in fretta con un impiegato militarizzato di origine abruzzese, la Laurenti decise di lasciare il marito quando, incinta, scoprì che lui aveva contratto la sifilide. Rinunciando alla gravidanza, decise di dare una svolta alla sua vita. E si avvicinò alla lotta clandestina.
Non era facile, per lei, passare inosservata. era bella, allegra, simpatica. I ragazzi le ronzavano attorno come mosche sulla marmellata. Anche negli ambienti della lotta antifascista cominciarono subito a starle appresso, a corteggiarla. Ma lei s'innamorò di Vincenzo Bianco, nome di battaglia Vittorio. Un uomo non più giovanissimo, che avrebbe voluto sposarla. E che, dopo aver comandato nella guerra di Spagna una divisione internazionale, ed essersi distinto nella Resistenza nella zona del Friuli Venezia Giulia, decise di restarle vicino fino alla fine. Anche quando cominciarono a piovere sulla sua testa le accuse più dure.
Tutti si fidavano di Mariuccia. A cominciare da Vlado, ovvero Branko Babic, il segretario del Partito Comunista Sloveno, che era arrivato ad affidarle incarichi delicati come staffetta partigiana. ma i poliziotti la tenevano d'occhio. La facevano seguire, avvicinare, da agenti provocatori. la pedinavano, fino a quando decisero di arrestarla.
Il primo novembre del 1944 «Mariuccia si accorse di essere pedinata - scrive Paolo Sema -; entrò in una trattoria per avvertire la padrona di casa di Rado che non sarebbe tornato neanche per dormire. Mentre andava all'appuntamento con Vittorio nelle vicinanze del Cinema Nazionale è stata fermata dagli agenti Pavan e Cerlenco. Quest'ultimo non è un poliziotto qualsiasi, ma un professionista che ha fatto un corso di specializzazione a Roma e che in quel periodo è il segretario di Collotti».
Era giovane, Mariuccia. E fragile. Non poteva certo pensare di resistere alla tortura. Quando i poliziotti prima, gli aguzzini di Collotti poi, cominciarono a metterle le mani addosso, alternando alle domande scariche elettriche sul volto, sul corpo, la ragazza cominciò a «cantare». Rivelò i nomi di alcuni pezzi grossi della Resistemza, del Partito Comunista. E quando fu rimessa in libertà, continuò a fare il doppio gioco. Frequentando i vecchi compagni di lotta clandestina, e spifferando informazioni importanti alla polizia fascista.
Non era vita, quella. Meglio consegnarsi ai partigiani jugoslavi del IX Corpus, come le consigliava l'amato Vittorio. Avrebbe spiegato tutto. Messa sotto processo, la Laurenti si difese disperatamente, ma nessuno era disposto a crederle. Chiusa nella prigione di Tribusa, una notte riuscì a scappare, dopo aver sedotto la sentinella armata che la sorvegliava a vista. Ma una pattuglia la intercettò a Chapovano, e la riportò dietro le sbarre. Branko Babic disse: «Fin che vive Mariuccia non si può lavorare con sicurezza».
Nell'aprile del 1945 Mariuccia Laurenti venne fucilata. La sua vita finì prima di iniziare veramente.
Alessandro Mezzena Lona