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Il dolore delle donne nella poesia

Si chiamano Francesca, Marina, George, Anais, Grazia, Sibilla, Virginia, Anita, Alda: donne che hanno pagato talora tragicamente il prezzo dell’esistere. E che per la loro personalità o per quel gioco del destino che le ha prescelte – vittime o prede consapevoli di esso – sono diventate, nel mito o nella scrittura, simboli di un mondo femminile in cui l’anima e la carne così spesso soffertamente convivono. E domani, in omaggio alla donna, nella sala Baroncini di via Trento 8, alle 17.30, queste e altre protagoniste saranno rivisitate da Irene Visintini, mentre Elsa Fonda le farà rivivere attraverso la lettura di alcune loro pagine.
Chi, se non la lussuriosa Francesca da Rimini, è l’icona indiscussa di quell’amore eterno che perdura oltre la vita? E quale donna come la celebre Marina Caetaeva ha toccato sino in fondo l’abisso della disperazione? Ma talora la femminilità si fa esibizione trasgressiva, e ciò, nell’800 e nei primi decenni del ’900, significava scandalo. Ecco George Sand – sigaro in bocca e abiti maschili – infedele amante, e appassionata scrittrice. Ecco Anais Nin, impudica protagonista di quello che è stato il triangolo erotico più scabroso del ’900. E Sibilla Aleramo, inquieta voce di un femminismo, e donna assetata d’amore. Appartata, Grazia Deledda visse certamente in forma indiretta le lacerazioni delle sue creature narrative, dibattute tra colpa, peccato, espiazione. Il torbido della passione contro ogni pregiudizio disegna invece il profilo di Virginia Woolf. E se nella Trieste degli anni ’50 la vitalità di Anita Pittoni ha impresso nuove tracce sul cammino delle donne, quel cammino la settantatreenne «poetessa dei navigli» Alda Merini l’ha percorso tra un passato da dimenticare – il manicomio – e un vivido presente. Illuminato da una poesia in cui carnalità e religione, eros e misticismo, fede e passione si fondano.
Grazia Palmisano