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La grande protesta fra rabbia e malessere

ROMA Non è una rabbia allegra quella che sfila per Roma, non è fatta di sfottò, di slogan. Non si balla e non si canta. C’è un’aria pesante, come se tutti si contenessero nel timore che lo sfogo non possa più essere controllato. Come se tutti sapessero che quello che è accaduto nello sciopero trasporti di Milano non è stato casuale. «Siamo coscienti di quello che abbiamo fatto - dice Stefano Giusti, 42 anni, 15 alla guida di un bus, lavoratore dell’Atm - ma tutti si devono rendere conto che siamo al vero dramma sociale. In tv sembra che ci si preoccupi solo del terrorismo, ma in Italia la situazione sta per esplodere nella vita quotidiana di tutti». Altre voci dal corteo: «Berlusconi? Non è un problema di schieramenti politici - dice una coppia Messina - ma di futuro. La situazione sociale in Italia è sull’orlo del baratro, il governo deve cambiare rotta, prima che sia troppo tardi». Oltre seimila i lavoratori provenienti dal Friuli Venezia Giulia con i leader regionali di Cgil, Cisl e Uil del Friuli Venezia Giulia.
Inizio di via Merulana, le dieci. La testa del corteo è ancora dietro la basilica di Santa Maria Maggiore. Nel silenzio un grido: «Dai Massimino». Massimino di cognome fa D’Alema. È fermo in attesa della manifestazione, di giornalisti e microfoni. Si fa fotografare con i manifestanti che vanno alla spicciolata verso San Giovanni.
«Una bella manifestazione, importante», dice. "Sì, ma poi per loro siamo sempre i soliti 150mila. La verità non la dice nessuno». «La verità - risponde D’Alema _ c’è lo stesso, anche se non la dicono».
In piazza della Repubblica il corteo è partito in anticipo: troppa gente. Quando Sergio Cofferati si è infilato fra la gente è partito un applauso, lungo, forte. Colonna sonora: Manu Chao, De André, una versione aggiornata di Bella Ciao, canta la Banda Bassotti. Un uomo ha un cappello con su scritto «Viva la Rai libera», poi un cartello: «Fuori dalla Rai i burattini delle multinazionali».
Ci sono i Marxisti-Leninisti con cartelli gialli e rossi: «Con Lenin per sempre», «Giù le mani dalle pensioni». Poi un fotomontaggio di Berlusconi al balcone di Palazzo Venezia: «Buttiamolo giù». Ci sono i gonfaloni dei Comuni della Basilicata che hanno lottato contro il deposito unico delle scorie nucleari. In mezzo anche quello del Comune di Castagneto Carducci. Due vigili urbani del Comune di Nova Siri, sempre Basilicata, sono sul palco di fianco all’oratore di turno. Hanno guanti bianchi e aria marziale.
«Si può vivere con 233 euro al mese? Pensioni invalidi civili». Il cartello, gigantesco lo porta una donna su una sedia a rotelle. Operai edili della Fillea Cgil portano invece una grande bara di cartone nero: «Qui giacciono i diritti dei lavoratori». Sopra l’elmetto di plastica di un operaio, corone di fiori. Hanno un giubboto arancione con i versi di una poesia di Bertolt Brecht, «Domande di un lettore operaio»: «Tebe dalle sette porte chi la costruì?», Dice il primo. E più avanti: «Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia, i muratori?».
Il corteo con leader sindacali e politici è quello di piazza della Repubblica. C’è una geografia. Davanti Pezzotta, poco più indietro Epifani. Davanti a Epifani entra Angeletti, dietro c’è Fassino, intorno i vari esponenti ds (Mussi, Folena, Angius per dirne alcuni). Rutelli va a parlare con Pezzotta. Da via Merulana il corteo entra in piazza San Giovanni. Il servizio d’ordine preme. Epifani si ferma un attimo, sull’angolo del Laterano, davanti si apre la piazza. Arriva il boato della folla: dentro, verso il palco.
a.ce.

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