di Andrea Di Stefano wMILANO Le montagne russe dei mercati stanno mettendo a dura prova i nervi di operatori e risparmiatori. Se giovedì in meno di quattro ore gli spread sono schizzati e le Borse sprofondate, ieri lo scenario era quasi euforico, turbato solo - nella serata - dalla decisione di Standard&Poor’s di tagliare il rating di 15 banche europee (invariate Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mediobanca) con una motivazione pesante: l’Italia si trova ad affrontare una «recessione più profonda e prolungata di quanto stimato in precedenza, e riteniamo che la vulnerabilità delle banche italiane al rischio di credito dell’economia stia aumentando». Tra le banche declassate Carige, Monte dei Paschi, Popolare di Milano, Popolare dell’Alto Adige, Popolare di Vicenza, Popolare dell’Emilia Romagna. Per tornare alle Borse, le ragioni reali di quanto accaduto in sole due giornate in realtà, sono molteplici: l'emotività prodotta dalle parole caute di Draghi ieri ha lasciato spazio a una analisi più approfondita e così tra gli operatori ha cominciato a diffondersi l'idea che in realtà non c'è stata alcuna marcia indietro del governatore della Bce, quanto di un passo in avanti verso un Eurotower più vicina al ruolo di vera banca centrale dell'Unione. La Bce, in effetti, ha approntato delle linee guida che, previa una mobilitazione da parte dei governi dei fondi salva-Stati Efsf/Esm, possono spianare la strada a provvedimenti calmieranti anche dell'istituzione monetaria. Persino il tema della licenza bancaria, a soppesare con cura le parole di Draghi, non è stato per nulla escluso ma rinviato ad una decisione politica da parte dei governi dell'Eurozona. In mattinata un contributo importante è arrivato dalla Grecia: Poul Thomsen, il funzionario del Fmi ad Atene con la troika, ha definito «un incontro eccellente» l'avvio delle trattative fra i rappresentanti dei creditori internazionali ed il ministro delle Finanze greco Yannis Stournaras. Un contributo positivo è poi arrivato nel primo pomeriggio con i dati sull'occupazione negli Stati Uniti: in luglio sono stati creati 163mila posti di lavoro, il maggiore incremento dal febbraio di quest'anno, e soprattutto maggiore del 60% rispetto alle stime degli analisti, che prevedevano la creazione di 100mila nuovi addetti. Il risultato così migliore delle aspettative ha completamente oscurato il fatto che il tasso di disoccupazione sia salito all'8,3%. Così alla fine Piazza Affari è stata la regina incontrastata, con un rialzo del 6,34%: il listino milanese ha recuperato in un solo giorno 20,26 miliardi di euro, dopo averne bruciati oltre 14 il giorno prima, favorito dalle banche e dall'ottimismo generale dopo l'apertura di Wall Street in rialzo di quasi due punti. Accoppiata a Milano c’è Madrid, con un +6%, seguita da Parigi (+4,38%), Francoforte (+3,93%) e Londra (+2,21%). Sul listino nostrano pesanti i balzi di Intesa Sanpaolo (+12,58%) e Unicredit (+8,39%) dopo i risultati trimestrali di entrambi i gruppi, che hanno ridato fiducia al comparto, e di Mediolanum che ha guadagnato il 16% agganciando quota 3 euro. Ovviamente in forte contrazione lo spread tra BTp decennali e Bund tedeschi, che giovedì sera era risalito fino a 511 punti base, e ieri è tornato sotto quota 470 (chiudendo a 467 con una contrazione del 9,62% in un solo giorno). Simile performance per i Bonos iberici: il differenziale dai 618 di giovedì è tornato a quota 542 arretrando dell'8,42%. Anche l'euro, caduto fin sotto 1,22 nei confronti del dollaro, è risalito oltre gli 1,23 dollari. ©RIPRODUZIONE RISERVATA