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Colapietra: L’Aquila sia la Versailles di Roma dovrebbe lasciare l’Abruzzo


  L’AQUILA. «Ricostruzione? Questo termine va messo da parte. Insieme a tutto quello che implica un ritorno al passato: ri-fare, ri-cordare, ri-tornare. Impossibile. La città del 5 aprile 2009 è scomparsa per sempre. Quella del futuro esisterà, a due condizioni: che lo Stato metta nella Costituzione l’impegno per L’Aquila. E che L’Aquila molli l’Abruzzo per diventare la Versailles di Roma capitale». Il professore Raffaele Colapietra, storico che non ama le etichette, non ci sta a passare né per il bastian contrario né per l’eroe che non ha mai lasciato casa sua in centro storico. Nell’intervista al Centro racconta la sua idea di città.
 Professore, a che punto è la notte?
 
«Bisogna partire dal presupposto che il prima non c’è più, altrimenti si sta nella nostalgia, nel patetico, nell’auspicio, nell’Aquila bella me’, che lascia il tempo che trova. Di fatto, non stiamo a vedere le singole responsabilità di Cialente, Chiodi, Berlusconi. La città si trova nelle miserabili condizioni in cui era il 6 aprile 2009. In pratica non è successo niente, o pochissimo, per mancanza di denaro, di programmazione, per indolenza. Un dato di fatto di cui bisogna prendere atto, traendone anche le debite conseguenze».
 Quali?
 
«Si insiste sulla città d’arte e di cultura, quando i monumenti sono nelle condizioni in cui stanno, per cui non si vede perché la gente dovrebbe venire a visitare Aquila per vedere la situazione deplorevolissima in cui l’ha trovata e descritta una persona autorevolissima come Settis. Basta girare per vedere che, se qualche cosa si è fatto, ha quel carattere dell’effimero in senso lato, cioè il teatro e la musica. Cose interessantissime, che fin dall’inizio hanno ripreso un loro ritmo, al Ridotto e in altri luoghi che sono, però, l’effimero. Io preferirei che fosse aperto il parrucchiere e il bar di via Verdi e che fosse chiuso il Ridotto e non si facessero né concerti né rappresentazioni teatrali. Meglio due macellerie che non due concerti perché quella è la vita. E quello che è scomparso all’Aquila è la vita di tutti i giorni».
 E gli aquilani?
 
«Tutto parte dal fenomeno caratteristico di questo terremoto, che è unico, e su cui ci sono responsabilità di ogni genere, istituzionali, dallo show di Berlusconi al disorientamento, quantomeno, di Cialente e poi dall’essere succubi da parte di decine di migliaia di aquilani che si sono prestati a questo gioco. Cioè quello di scomparire nello spazio di 24 ore. Scomparire vo-lon-ta-ria-mente perché a nessuno è stata fatta forza di lasciare la propria abitazione. Nessuno è stato costretto, cominciando da me. Io sono stato invitato risolutamente a uscire, mi sono opposto e sono stato abbandonato al mio destino. Nessuno più si è occupato di me però nessuno mi ha nemmeno disturbato. Io ho provveduto ai casi miei, come io ritengo che decine di migliaia di aquilani avrebbero potuto provvedere ai casi loro. Ma questa è acqua passata. Il dato di fatto è che questo porta a una inesistenza della città. Non solo. Ma anche senza nessuna progettualità e nessuna visione di che cosa sarà di questi 19 insediamenti e di questo abbandono del centro storico».
 Una città spallata e sparsa.
 
«Un centro, una città lo deve pur avere. E questo non sono certo i 19 insediamenti distanti 30 chilometri dall’uno estremo all’altro: è assurdo. E sia detto che questi insediamenti sono dovuti anche alla sudditanza degli uffici comunali cioè alle persone fisiche di Vincenzo de Masi e Marino Bruno, ché sono stati loro a fornire queste indicazioni per cui la città si è spappolata in questo modo indicibile, dopo che Cialente come sindaco ha dichiarato zona rossa tutta la superficie comunale, in tal modo autorizzando la Protezione civile a prendere il controllo militare. Responsabilità passate, comunque gravissime, che hanno contribuito a determinare la situazione».
 Ricapitolando...
 
«Questa sudditanza, la sparizione degli aquilani, lo show di Berlusconi, qualcosa di personale puramente teatrale. Egli ha voluto soltanto dare la dimostrazione, e l’ha data, che nello spazio di 48 ore poteva cambiare il G8 dalla sera alla mattina. Qualcosa di prodigioso. Dopo i tre olandesi del Milan nel 1990 questo è stato il maggiore colpo pubblicitario che egli abbia fatto in vita sua. E gli è andata bene perché aveva i mezzi pronti per farlo. Sia detto, poi, che il terremoto era previsto. Su questo ora non ci può essere possibilità di dubbio, anche le vicende giudiziarie lo stanno dimostrando. Non si sapeva la scadenza, ma era previsto. Del resto, Bertolaso si è più volte vantato di essere intervenuto tre minuti dopo il terremoto. Si è svegliato e ha detto: applicate il piano X, nello spazio di poche ore. E col successo che tutti noi abbiamo potuto constatare».
 E la nuova città?
 
«Posto questo, la sfida, secondo me, è far diventare Aquila un problema nazionale. Solo se Aquila viene assunta dal governo, e solo dal governo - non dalle manifestazioni di solidarietà dei No Tav o dalle commemorazioni, tutte cose nobilissime e rispettabilissime ma che non hanno nessun risultato concreto - come un fatto nazionale, sennò non si va da nessuna parte. Come l’evasione fiscale, come la riforma del lavoro, questo dev’essere uno dei capisaldi di tutti i governi da adesso e per decine di anni, non si può dire quanti. Aquila dovrà diventare, con espressione un po’ barocca, ma efficace, la nuova Versailles per Roma capitale. Roma, capitale da rilanciare, ha in Aquila, a 100 chilometri, la sua Versailles, il suo centro direzionale culturale, artistico e turistico. È necessario un fortissimo rilancio di turismo, sport e piccola industria tecnologica e di nicchia. Ma per fare questo, Aquila si deve disinteressare dell’Abruzzo».
 In che senso?
 
«L’Abruzzo ne può fare tranquillamente a meno. E Aquila può fare tranquillamente a meno dell’Abruzzo che rappresenta solo una palla al piede. E avere con Roma il rapporto privilegiato. Ma questo lo deve dire sempre il governo. A quest’azione potrebbe partecipare anche il Vaticano. Facendo parte di un piano nazionale, diretto dal governo, la collaborazione locale può essere solo di contorno. Le linee le traccia il governo, lo Stato.
- Enrico Nardecchia