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Un sovrano poco regale

Con il re Vittorio Emanuele II concludiamo la serie di interviste a Francesco Sanvitale sui quattro protagonisti del Risorgimento. Prima del sovrano Sanvitale, che ha in uscita per la casa editrice Edt di Torino il volume «L’altra faccia del mito. Il Risorgimento, Garibaldi e la musica», ha parlato di Camillo Benso conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini.
 Con Vittorio Emanuele II si chiude il ciclo di interviste sui protagonisti del Risorgimento italiano. Dopo aver parlato, nelle scorse settimane, di Camillo Benso conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini. Al di là della retorica che avvolse l’esistenza del primo capo dello Stato unitario, chi fu veramente il re galantuomo e che ruolo effettivo ebbe per il raggiungimento dell’Unità?
 
«Ecco, io comincerei dall’appellativo di galantuomo. Gli derivò dal fatto che appena Carlo Alberto, dopo la sconfitta di Custoza, abdicò in suo favore, gli storici piemontesi cominciarono a costruire il personaggio con la leggenda di una sua forte resistenza a Radestzky che gli imponeva di sospendere lo statuto Albertino. Fu vero il contrario, come hanno dimostrato storici del valore di Denis Mack Smith: il maresciallo austriaco cercò lui di mitigare i termini della resa per non umiliare troppo il Piemonte lasciando eccessivi malumori. Vittorio Emanuele, per contro, desiderava abolire lo statuto rimproverando l’eccessiva acquiescenza del padre ai democratici, dichiarandosi amico dell’Austria e in sintonia con la politica assolutista di quell’Impero. Ciò è ormai inconfutabile per la scoperta di documenti diplomatici in cui Radesky relaziona con dovizia di particolari i termini dei colloqui tenutisi a Vignale dove fu firmato l’armistizio. Altro che re galantuomo. Saprofiticamente seppe cogliere con furbizia più contadina che regale, le occasioni offertegli da Cavour o da Garibaldi appropiandosene e piegandole agli interessi dinastici. Peraltro i nostri regnanti Savoia con gli appellativi non furono, diciamo così, fortunati. Umberto I fu definito il re buono per qualche sua azione ben pubblicizzata, per esempio quando portò soccorso alle vittime del colera di Napoli nel 1884, ma resta sulla sua coscienza e nella storia d’Italia l’aver premiato con l’ordine militare di Savoia il generale Bava Beccaris che nel 1898 represse nel sangue una manifestazione popolare a Milano: pagò con la vendetta di Gaetano Bresci che l’uccise a Monza nel 1901. Vittorio Emanuele III fu il re soldato per la sua viva partecipazione alle operazioni di guerra del primo conflitto mondiale, poco per un sovrano che avrebbe favorito l’ascesa e la dittatura del fascismo fregiandosi dei titoli di re d’Albania e imperatore d’Etiopia, frutto di due crudeli guerre d’aggressione. L’ultimo re d’Italia, Umberto II, fu il re di maggio, appellativo neutro legato alla durata del suo regno: dagli inizi di maggio al 2 giugno 1946».
 I Savoia non le sono simpatici. Ma pure un qualche ruolo lo giocò Vittorio Emanuele II nello sviluppo del percorso unitario?
 
«Non è questione di simpatia o antipatia. Le confesserò, anzi, che da adolescente subii il fascino della monarchia, poi ho preso a leggere molto. Il fatto è che parliamo di una dinastia assolutamente inadeguata al ruolo che gli errori della storia gli affidarono, a partire dal primo re d’Italia. Un uomo rozzo, inelegante, tanto differente dalla conformazione fisica del padre (alto oltre 2 metri) e degli altri Savoia (gli Aosta, per esempio) da alimentare la leggenda di essere figlio di un macellaio di Firenze divenuto principe ereditario perché il figlio di Carlo Alberto era morto nel rogo della sua stanza da letto insieme alla governante. Certo che la governante sia arsa viva e il neonato si sia salvato è cosa sorprendente, ma i problemi caratteriali e di atteggiamento di Vittorio Emanuele esulano, a mio avviso, dal dna. Il principe (Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia) fu, ad esempio, refrattario a ogni tipo di studio: i suoi precettori impazzirono ma non riuscirono a fargli leggere una pagina, preferendo il futuro re la sciabola, la caccia, le corse a cavallo. Il suo era un carattere chiuso al nuovo e sostanzialmente antidemocratico. Ricordiamo il proclama di Moncalieri che invitava i sudditi a non votare per i democratici per le elezioni indette dopo che, essendo uscito dalle urne il 15 luglio 1849 un Parlamento in maggioranza composto da democratici, lo aveva prontamente sciolto. Né possiamo dimenticare il sacco di Genova dove una rivolta scoppiata tra il popolo che non accettava l’armistizio di Vignale fu repressa dai bersaglieri del generale La Marmora (Alfonso) con oltre 500 morti civili. Il re galantuomo scrisse, ovviamente in francese, un encomio al generale definendo gli insorti “vile e infetta razza di canaglie”: non c’è male per un padre della Patria».