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L’Aquila alla ricerca della piazza perduta

Qualche settimana fa scrissi delle riflessioni sul bisogno di casa reso acuto dalla lontananza a tempo indeterminato e dalla necessità di abitare non si sa per quanto tempo alloggi tirati su un fretta e furia, come scatole per abitare, comodi e confortevoli, anche, ma quanto lontani dalle nostre belle case del centro storico, dalle mura spesse, affacciate su cortili discreti.
 La stessa necessità esistenziale si presenta oggi anche per il centro storico. Il bisogno di rivivere il centro storico è fortissimo, pari allo sgomento che prende alla necessità di andare a vivere per non si sa quanto tempo nei quartieri nuovi, scollegati fra di loro e dal centro che esiste e resiste, nonostante tutto.
 Oggi i giornali riportano che il centro storico dell’Aquila è un fantasma, un buco nero. Non è più questa l’opinione di una cittadina in esilio, è il capitolo dedicato all’Aquila nel rapporto annuale del Censis, il quale sostiene che alla rapidità ed efficacia che c’è stata nell’emergenza, corrisponde un ritardo nella ricostruzione del centro storico.
 il Centro pubblica interventi autorevoli sulla ricostruzione del centro storico. L’intervento di Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani ed ex ministro dei Beni culturali, definito realistico e ottimista, il quale sostiene che per mettere in moto il circolo delle iniziative utili per far rinascere il centro storico la priorità assoluta è di riportarci a vivere gli aquilani. Questo intervento è seguito da quello di Alessandro Clementi, che conosce a fondo la città e la sua storia, al quale devo l’uso della parola anastilosi (a me finora ignota), per indicare un concetto che da tempo avevo in mente, ricreare sì la città dove era e come era, ma evitare i falsi, cioè la passiva copiatura del passato.
 Esiste già il progetto per la ricostruzione del teatro L’Uovo. Prevede un teatro da 400 posti, con annessa una sala prove da 150 posti, spazi espositivi, uffici. Il complesso avrà la forma di un grande uovo, circondato da ampie vetrate. Penso che l’idea è valida e la sua realizzazione arricchirà la città. Le risorse finora sono limitatissime, e non ancora si trova l’area dove realizzare il progetto. Già sento il mugugno dei tanti saputissimi ed eloquenti laudatores temporis acti: «Ma vuoi mettere il vecchio San Filippo con questa roba?».
 Dovranno sforzarsi costoro di accettare il fatto che anche nel centro di Aquila ci saranno costruzioni nuove fatte con i materiali e le tecnologie antisismiche di oggi e quindi con stili e forme completamente diversi da quelli che usarono gli ingegneri e architetti dei secoli passati, parimenti belle e rappresentative di cultura ad alto livello, per le strutture e le attività che ospiteranno. Non più mura in pietra spesse e rassicuranti a racchiudere case e orti, ma vetrocemento e simili, il che significa fabbricati con grandi aperture a vetro, interni luminosissimi e toccati dal sole, ed esterni ampi, curati e verdi. Nel centro storico il verde oltre che fonte prima di ossigeno necessario per la vita dovrebbe essere arredo essenziale di spazi esterni. Cito un esempio sorprendente che ho visto di recente: a Strasburgo lo spazio che si estende fra le due rotaie della metro di superficie è tenuto a prato, perfetto e pulito. E la metro passa frequente e veloce, trasparente persino, si vede l’altro lato della strada attraverso le fiancate. Bellissimo e civilissimo esempio di arredo urbano, impensabile finora da noi, evidentemente possibile. Quasi quasi mi rallegro all’idea che finalmente il sole potrà arrivare in punti dove non è mai giunto, a gettare luce sulla fitta trama di viuzze e vicoletti finora oscuri e segreti. Insomma quelli che pensano che una volta andati a vivere nei quartieri nuovi esterni alla città tutti saranno felici e non se ne vorranno più andare, sono proprio fuori strada. Per gli aquilani la passeggiata per il corso non si tocca, è cosa sacra, la piazza principale sta ancora lì, i portici pure, e vogliamo tornarci liberamente per incontrare gli amici, comprare la tenera cicoria selvatica dei prati, i legumi delle nostre campagne e la frutta delle nostre bancarelle.