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Sfollati, tensione all’assemblea

 L’AQUILA. Delusione e rabbia tra gli sfollati che vivono ancora in tenda. Così, ieri, il confronto promosso dai comitati cittadini - con il sindaco Massimo Cialente e il dirigente della Protezione civile Fabrizio Curcio - si è svolto in una clima di tensione. Sotto accusa il piano per fronteggiare l’emergenza abitativa.
 Un incontro, alla luce delle forti contestazioni che stanno accompagnando la chiusura delle tendopoli, non facile. Tanti ancora gli sfollati, in lista d’attesa per la casa, che rifiutano di lasciare le tendopoli e di trasferirsi temporaneamente in strutture alberghiere distanti alcune decine di chilometri dall’Aquila. A tracciare il canovaccio dell’iniziativa, la lettura di un documento contenente una serie di punti «irrinunciabili».
 «Le istituzioni si impegnino», è scritto nel documento letto da Antonietta Centofanti (comitato familiari vittime della casa dello studente), «ad incrementare la requisizione della case sfitte, a calmierare il mercato degli affitti, ad adottare procedure d’urgenza per triplicare rapidamente il numero di case mobili messe a disposizione dal Comune e ad assegnare agli sfollati gli alloggi attualmente utilizzati degli operatori dell’emergenza».
 Il tutto accompagnato dalla richiesta «di procedure rapide e trasparenti nella fase della ricostruzione».
 Dalla sala convegni Carispaq (Strinella 88) si sono alzate molte mani per iscriversi a parlare. Tante storie e una serie infinita di j’accuse contro la Protezione civile, «colpevole di aver sbagliato i conti sul numero dei senzatetto e di aver disposto la chiusura dei campi senza tener conto delle esigenze e della dignità delle persone».
 «Stiamo subendo gli effetti della sordità delle istituzioni» ha detto Enza Blundo. «Abbiamo persone passate dal mare alle case o dalla Finanza alle case. E c’è gente che si ritrova senza nulla».
 «A me la Protezione civile» ha aggiunto Carla Capitti, sfollata in una tendopoli di Paganica, «ha proposto una trasferta a Campo Imperatore, però, raggiungibile solo con la funivia che funziona fino alle 17. Meglio restare nelle tende».
 «Ci hanno lasciato soli e senza servizi» ha detto Luciano Pagliaro, uno dei 20 rimasti a Piazza d’Armi, in quella che è stata la più grande tendopoli cittadina. «Cuciniamo con mezzi di fortuna, tanto da finire per ustionarmi» ha concluso mostrando a tutti la vistosa fasciatura a una mano. Situazioni analoghe in altre tendopoli come riportato da Simona Sacchetti, del campo Italtel 2. «Ci chiamano irriducibili» ha affermato «ma noi siamo solo persone che lavorano e che non possono trasferirsi a Pescasseroli o a Pescara. Ci diano le case mobili o i container, ci facciano vivere in modo decoroso questi mesi che ci separano dalla consegna delle case».
 Quindi, la provocazione di Mattia Lolli (comitato 3e32): «La Protezione civile lasci agli sfollati i posti che sta occupando negli alberghi cittadini. Siano loro a fare i pendolari». Una raffica di interventi, poi le prime risposte di Cialente e di Curcio che hanno faticato non poco a tener testa alle contestazioni. E c’è stato chi - è il caso di Antonello, un invalido che vive con la madre ancora a piazza d’Armi - ha raggiunto il tavolo urlando tutta la sua rabbia. Momenti di tensione, poi il confronto è ripreso in modo più “urbano”. «Purtroppo» ha esordito Cialente «hanno trovato conferma i dati che noi avevamo già a fine maggio indicato alla Protezione civile. Abbiamo 12.400 nuclei familiari con abitazioni E ed F o in zona rossa, mentre 9.800 sono quelli con case B e C. Con questi numeri sapevamo che avremmo avuto un quadro drammatico. Il piano Case è stato studiato su basi inadeguate. Per questo è emersa la necessità di trovare soluzioni alternative, quali i 1.187 Map e le prime 500 case su ruote. Ma il problema vero sono le B e le C. Un problema che stiamo cercando di affrontare». Di qui l’invito ad accelerare le procedure per le riparazioni degli immobili «nei quali si può rientrare anche con l’agibilità parziale» e l’annuncio della prossima disponibilità di 600 posti letto alla caserma Pasquali. Quindi, l’appello agli sfollati a lasciare le tende. «Anche se facessimo arrivare ora i moduli removibili» ha detto Cialente «ci vorrebbe troppo tempo per le urbanizzazioni. La cosa migliore da fare è accettare le destinazioni provvisorie in attesa di poter entrare nelle nuove case. Entro la fine dell’anno tutti gli aquilani dovranno avere un alloggio».
 Curcio, più volte interrotto dalle proteste degli sfollati, ha cercato di dire che «la Protezione civile non ha commesso errori» e che «è impegnata in questo momento a trovare una soluzione per quelle persone che non figurano negli elenchi delle case o dei Map da consegnare». Poi, replicando alle accuse di aver lasciato senza servizi chi è rimasto nelle tendopoli, Curcio ha aggiunto «che dopo sette mesi tutte le Regioni hanno avuto la necessità di richiamare i propri uomini impegnati nell’emergenza Abruzzo. Cosa questa che ha anche reso necessario ricorrere a un catering per i pasti».
 Di nuovo altre domande e tanti gli sfoghi contro tutto e tutti. Qualcuno ha chiesto di lasciare le tende al loro posto, altri ne hanno sollecitato la sostituzione con qualcosa di più somigliante a una casa. C’è stato chi ha chiesto lumi sui criteri di assegnazione degli alloggi e chi ha parlato di percorsi “privilegiati” per alcuni politici locali. E ancora, giù critiche da Antonio Perrotti sul recupero del centro storico «di cui nessuno parla». In platea, tra gli sfollati, anche la presenza discreta di alcuni politici aquilani e del consigliere regionale Carlo Costantini (Idv), «lì solo per ascoltare».
- Marina Marinucci