30 marzo 2009 —
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sezione: Spettacolo
Remo Girone interprete di Petrarca e Leopardi. Lattore è stato ospite della rassegna TerAmoPoesia, curata da Daniela Attanasio e Silvio Araclio. Dopo lincontro con il pubblico Girone ha parlato di poesia e teatro con il Centro.
Il pubblico la conosce come attore di teatro, cinema, tv. Le capita spesso di tenere reading poetici?
«Qualche volta capita. Anni fa venni proprio qui a Teramo per una mostra su Renzo Vespignani (pittore, illustratore e scenografo, morto nel 2001, ndc), organizzata dopo la sua morte. Lui aveva anche scritto poesie, che io lessi in quelloccasione».
Quali sono i poeti che ama di più?
«Sono tanti. Sandro Penna, i lirici greci Saffo, Alceo, Anacreonte, lo Shakespeare dei Sonetti. E poi Leopardi, Montale, Ungaretti. Ultimamente ho fatto una lettura di poesie di Valentino Zeichen. Ogni attore deve avere una frequenza costante con la poesia»
Come si è avvicinato al mestiere di attore? La sua famiglia lha assecondata?
«Non mi hanno mai contrastato. Ero il ragazzino che a scuola leggeva sempre le poesie, che recitava nei saggi di fine anno. Alle medie si metteva su, ogni fine anno, unoperetta. Pare fossi un bambino molto spigliato. Ad Asmara, dove ho vissuto fino ai 24 anni, ho poi frequentato la Filodrammatica delluniversità. Una volta in Italia mi sono iscritto allAccademia nazionale darte drammatica Silvio DAmico, diplomandomi in recitazione e lasciando definitivamente Economia e commercio, anche se mi restava solo la tesi, con grande delusione di mia madre. Però, qualche anno fa, quando un ateneo italiano mi ha conferito una laurea honoris causa, le ho portato il famoso pezzo di carta per farla contenta».
Quale dimensione preferisce tra teatro, cinema, televisione?
«Io nasco attore di teatro. Ma mi trovo bene anche con il cinema e la televisione. Il problema di questi due mezzi è soprattutto la qualità dei testi, e di conseguenza la consistenza dei personaggi. Le sceneggiature cinematografiche e televisive sono raramente allaltezza dei testi teatrali, che tratteggiano personaggi solidi, e rappresentano per lattore una sicurezza e un arricchimento».
Che consiglio darebbe a un giovane che sogna di fare lattore?
«Fare una scuola, prepararsi, tre anni di Accademia sono molto impegnativi e richiedono una grande forza di volontà, solo così si può mettere a fuoco se quello è il mestiere che si vuol fare. Questo è un mestiere duro, difficile, che non si può fare senza passione».
Lei ha lavorato con grandi maestri, Ronconi, Orazio Costa, già suo docente in Accademia, Peter Stein, Patroni Griffi. Oggi ci sono ancora autori e registi che potranno in futuro essere definiti maestri?
«Credo di sì. Continuano a venir fuori giovani che amano il mestiere, il teatro. Vedo i loro spettacoli e li trovo molto interessanti. Cè stata una grande stagione di avanguardia, che poi da Roma si è spostata a Napoli. Leggo molti testi di autori contemporanei, ma per loro è più difficile essere rappresentati. Il teatro ha esigenze commerciali, deve fare sbigliettamento».
Però a volte persino le scuole, dove vincoli commerciali non esistono, sono restie a esplorare la drammaturgia contemporanea.
«Lanno in cui lo scrittore Derek Walcott vinse il Nobel non fu possibile proporre un suo testo per le scuole perché i professori non fecero lo sforzo di parlare di questo autore in classe. Insegnare il teatro a scuola, anche il teatro contemporaneo e non solo Pirandello, è invece importante per far crescere questo nuovo pubblico».
Come si fa a interpretare un cattivissimo come Tano Cariddi, lo spietato personaggio della Piovra?
«E come si fa a interpretare Macbeth? Al confronto Tano Cariddi è un bambino. Prima di Tano avevo interpretato Raskolnikov in Delitto e castigo di Dostoevskij, in una versione che non lo vede pentirsi, ma che esalta la sua decisione di uccidere per dimostrare il suo essere al di sopra della morale comune. Ecco perché bisogna fare i grandi testi di teatro, perché poi si riesce a fare bene anche cinema e televisione».
Anna Fusaro