21 gennaio 2009 —
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sezione: Cronaca
PENNE. Lamministratore delegato del Gruppo Brioni, Antonio Bianchini, si racconta in unintervista pubblicata nelledizione di ieri di Italia Oggi
. Nellarticolo, Bianchini, laureato in Economia e Commercio alla Bocconi e membro del Cda e co-ceo di Brioni, spiega i successi dellazienda sartoriale pennese. «Per Penne, la Brioni», dice, «è come la Ferrari per Maranello, oppure Olivetti per Ivrea».
Dopo gli studi universitari a Milano, Antonio Bianchini, revisore dei conti di Ernest&Young, nel 1992, accetta di lavorare nellazienda vestina, fondata nel 1945 da Nazareno Fonticoli e Gaetano Savini.
«Nel mio caso», racconta, «la via dove ho vissuto per 18 anni è la stessa che ospita oggi la sede operativa e legale di Brioni, ma ricordo di aver impiegato ben due mesi, prima di dare una risposta definitiva alla loro proposta di lavoro. Avevo studiato a Milano e lattività di revisore di conti mi piaceva per sua dinamicità. Il contesto lavorativo in Brioni, invece, allinizio mi era sembrato più statico, e letà media dei colleghi più alta. Mi sarei riavvicinato ai miei affetti e alle mie origini. Ho accettato e la scelta, col senno di poi, è stata quella giusta».
Antonio Bianchini, nato a Penne il 13 ottobre 1960, è uno dei manager più in vista, che conosce lazienda come le sue tasche.
«Lazienda ha un fatturato di poco superiore ai 206 milioni di euro nel 2007 (30 milioni di euro nel 1992, ndc), otto divisioni produttive e 30 negozi monomarca nel mondo, senza contare la rete di franchising», sottolinea il manager.
«E unattività connaturata al territorio, nonostante la Sartoria Brioni sia nata a Roma nel 45. In Abruzzo cera lhumus ideale per farla crescere e renderla una delle poche aziende che realizzano prodotti interamente made in Italy. Qui abbiamo 1500 dipendenti, di cui circa 1000 in sede, su 2000 nel mondo».
Il segreto? «Continuiamo a produrre un prodotto classico, di sostanza, che sposa il meglio della fattura artigianale con lorganizzazione industriale. Inoltre, il brand ha un forte appeal, ma la quasi totalità dei costi ricade su manodopera e materie prime, e non sulla comunicazione».
Sulla crisi? «Non posso dirmi contento della crisi economica attuale, ma è un momento in cui si aprono gli occhi su chi realmente produce e chi no», conclude Antonio Bianchini. (gi.pe.)