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Costantini: le mie mani saranno libere e pulite

 L’AQUILA. Abbracci e applausi liberatori. Così il popolo del centrosinistra ha accolto ieri mattina all’Aquila Carlo Costantini, il suo candidato alla presidenza della Regione. E le tante giornate di “passione”, il Pd pescarese lacerato dall’esclusione di Donato Di Matteo dalla lista - perché ritenuto di ostacolo all’accordo giunto quasi allo scadere del tempo - sono apparse quasi come cose lontane. Ieri al cinema Massimo, Pd e Idv hanno voluto mandare un segnale di grande unità.
 Ad accompagnare Carlo Costantini, nella sua prima “uscita pubblica” nel capoluogo di regione, il leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro. Prima una capatina a piazza Duomo dove l’Idv sta ancora raccogliendo le firme per il referendum contro il lodo Alfano, poi l’arrivo, “scortati” dalla presidente della Provincia Stefania Pezzopane, al cinema Massimo.
 Il primo “assalto” è stato tutto per Di Pietro che, trattenuto dai giornalisti, ha ribadito ciò che da settimane va ripetendo: «Qui si stava giocando a perdere. Ma ora, grazie alla nostra insistenza, abbiamo una coalizione forte e coesa non solo nei programmi, ma anche nella trasparenza. Una coalizione che ha come preciso impegno quello di tener fuori chi, a destra e a sinistra, ha utilizzato le istituzioni per i suoi affari». Poi l’invito, “a nozze”, a commentare le dichiarazioni di Licio Gelli sul premier Berlusconi. «Gelli è il suo cantore. Se ha parlato lo ha fatto con il preciso intento di ricordargli ciò che deve fare. Per “invitarlo” a mantenere il suo giuramento alla P2».
 Parole di fuoco, ma appena un assaggio di ciò che poi ha detto davanti alla sua gente.
 Tante persone, e tra loro anche molti esponenti della coalizione (ma a spiccare sono state anche alcune assenze, quali quella di D’Alfonso e Paolini), che hanno dato il benvenuto a Costantini e Di Pietro con un applauso scrosciante.
 Seduti in prima fila, con Di Pietro e il candidato presidente (accompagnato dalla moglie e dai suoi tre figli), il parlamentare Giovanni Lolli, Stefania Pezzopane e l’ex presidente del Senato Franco Marini, arrivato con qualche minuto di ritardo. I saluti “istituzionali”, poi la chiamata sul palco di Antonio Di Pietro, che ha dovuto faticare un po’ per entrare “in sintonia” con il microfono. «Quando arrivo deve sempre aggiustare qualcosa» ha esordito strappando il primo applauso.
 «In Abruzzo dopo quello che è successo ci siamo ritrovati a interrogarci se lasciare campo libero a questa destra che ti riempie di chiacchiere e che ti “frega” nella sostanza. Abbiamo deciso di reagire al patatrac, di ridare speranza a una regione da anni sferzata dal malaffare. Ma gli abruzzesi non sono rassegnati. E la nostra presenza qui ne è la prova. Un risultato importante raggiunto grazie al senso di responsabilità e all’impegno civile mostrato dal Pd. Noi abbiamo intuito fin dal giorno seguente l’arresto di Del Turco che era necessario mandare un messaggio di discontinuità. Il Pd ha avuto il merito di non arroccarsi. Intorno a Carlo c’è aggregazione e fiducia, c’è una coalizione unita (a destra non lo sono), e sappiamo che saprà trasformare la regione in una casa di vetro. Non ci sarà mai più un euro non rendicontato». Poi di nuovo su Gelli e Berlusconi. «E’ il silenzio del premier a parlare. E noi siamo davvero imbarazzati a vederlo lì».
 Franco Marini ha definito «giusta» la scelta di non aver rinviato le elezioni regionali. «Abbiamo avuto qualche problema» ha confessato, «ma è stato risolto qui, non a Roma dove pure qualche incontro “vivace” con Di Pietro c’è stato. Se con l’Idv fosse stata solo una questione di metodo, allora avremmo detto no all’accordo. Ma Carlo è una persona determinata e preparata e il nostro popolo voleva una coalizione unita. Nel Pd c’è stata una discussione accesa, ho temuto anche che l’accordo potesse saltare, ma alla fine il sì è stato unanime». Poi l’invito a Costantini ad avere le mani libere, svincolate dai partiti.
 Parole che hanno dato in là all’intervento del candidato presidente. «Avrò le mani libere e pulite» ha detto raccogliendo l’applauso della platea che gli ha riservato un tifo da stadio. «Il 2008 è stato un anno non felice» ha aggiunto. «E’ caduto il governo Prodi, poi la vittoria del centrodestra e infine il 14 luglio che ci ha riportato indietro nel tempo. La magistratura ha fatto emergere un potere trasversale che ha prodotto i danni che conosciamo. Abbiamo faticato per giungere dove siamo, ma da noi non arrivano fax da Roma con liste e listini. Io non ho padroni e voglio dire chiaramente che, con me presidente, quegli imprenditori - palazzinari e clinicari - non entreranno più negli uffici della Regione». Poi la lista delle cose da fare subito. «Via il privilegio della pensione ai consiglieri regionali ai quali bastano cinque anni per assicurarsi un vitalizio di 2mila euro al mese. E ancora, raderemo al suolo il sistema degli enti pubblici che sono solo macchine mangiasoldi. Resterà in piedi una società unica per l’acqua e un’altra per il trasporto pubblico. In quanto alle Asl passeranno da sei a una, faremo le due aziende ospedaliere (è una pazzia rinunciare all’università!), mentre i piccoli ospedali saranno riconvertiti». Poi il «no» al Centro oli di Ortona, «A quel tipo di imprenditori dico no. Così come dirò no ai clinicari. E’ finita le festa! La sanità privata avrà il suo spazio ma sarà il pubblico a decidere. Ed è finita la pacchia anche per gli speculatori. Qui in Italia e in Abruzzo abbiamo una destra imbrogliona e prepotente. Siamo noi il nuovo».