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«Sponsor e procuratori la causa dei guai»

 PESCARA. Giocava da bambino, al vecchio Filadelfia, con l’amico Sandrino Mazzola e il papà Valentino che li seguiva a ogni passo, prima di Superga. Sembrava destinato alla maglia granata ma quel giorno suo padre fece strappare quel cartellino firmato troppo in fretta e la casacca cambiò colore diventando bianconera. Oggi, mentre imperversa la bufera sul calcio, Dario Cavallito non vede traccia alcuna dello stile Juve dei tempi d’oro. Dal passato al presente, l’ex biancazzurro Alessandro Sbrizzo, un protagonista recente, ha detto basta e ha chiuso col calcio.
 Sono stati protagonisti del calcio professionistico in tempi diversi, Cavallito nel 1966 (Cervato allenatore, altro ex bianconero) e Sbrizzo giusto quarant’anni dopo. Ma entrambi, appena hanno potuto, ne sono usciti senza ripensamenti. Non prima di aver firmato, tutti e due, un passaggio in biancazzurro. Dario, il fantasista che diventò punta, fu invitato al Supercorso da Italo Allodi ma rinunciò («l’allenatore non era mestiere per me»). Alessandro, il difensore cresciuto col mito di Maradona, ha detto basta al calcio. A trent’anni.
 «L’avvento dei manager, dei mediatori, dei maneggioni, degli sponsor, ha rovinato tutto: quello che sta succedendo in questi giorni è una porcata», spiega Cavallito, che ha scelto Pescara per sposarsi e vivere e che ha trasmesso la passione per il calcio ai due figli maschi Luca e Simone. «Ai tempi miei la maglia era di un cotone robusto e senza traccia di sponsor. Non c’erano la tensione e l’esasperazione di adesso. Io a Torino vivevo in mezzo ai granata. Nella trattoria dei miei familiari, in via Filadelfia, gli eroi di Superga erano di casa. Eppure io ho firmato per la sponda opposta, quella bianconera. Per non parlare dello stile Juve. E chi te lo dà più? È morto e sepolto con l’avvento dei supermanager che hanno avuto carta bianca e hanno esagerato. Ai tempi miei la società era irreprensibile, non ci mancava niente ma non c’erano i privilegi di adesso. La vita di squadra era semplice: campo e sede, allenamento e chiacchierate coi dirigenti, qualche partita al biliardo. Le amicizie? Poche ma buone. La stima di Umberto Agnelli, il Presidente. Le ferie a Diano Marina assieme a Charles e Sivori. Il rapporto fraterno col pescarese Vincenzo Marinelli («ai vertici servirebbe tanta gente come lui»). Chi sento ancora? Leoncini. Oggi seguo poco il calcio, non tifo per nessuno, mi piace il gioco del Barcellona. Le intercettazioni? Tutti lo sapevano e nessuno lo diceva. Bene l’inchiesta, ma azzerare e tornare indietro è impossibile. Non è malato il calcio, è malata la società. Mica si può commissariare il mondo! Secondo me non c’è via d’uscita. E chiusa una Gea ne nascerà un’altra».
 Alessandro Sbrizzo appena una settimana fa aveva urlato il suo sdegno contro un sistema che tra violenze, imbrogli e polemiche lo aveva spinto a mollare chiudendo la carriera in anticipo. Disse anche che le intercettazioni erano «una bolla di sapone» ma s’è dovuto ricredere in fretta. «È vero», confida, «forse ci credevo poco ma adesso la macchia s’è allargata a dismisura. E sono anche un po’ soddisfatto, per quanto questo possa valere. Hanno tirato troppo la corda, chi manovrava e pure chi si adattava e non denunciava. Quest’inchiesta è un fatto notevole che deve spingere a fare piazza pulita dei vertici sportivi. Chi ha sbagliato deve pagare. Ma nessuno potrà risarcire i tifosi, ingannati e sfruttati da un sistema che sfrutta proprio la loro passione».