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«Festeggio 40 anni di teatro nel mio Abruzzo»

«Ah, m’avete invidiato perché ho diretto sia la Ferilli che la Arcuri? E che ve devo dì, so’ belle soddisfazioni». Allegro e spiritoso come sempre, Gigi Proietti si presenta così, al telefono, per parlare dello spettacolo che terrà giovedì al Palasport di Roseto per una serata particolare, organizzata dall’Atam per i primi 35 anni della propria storia (si veda scheda qui sotto). Ma anche Proietti ha un anniversario da festeggiare: i 40 anni di attività.
 «In realtà sono molto stanco, perché ho la regia di “Liolà” con Gianfranco Iannuzzo e Manuela Arcuri al Manzoni di Milano mentre ho da poco concluso la regia della “Presidentessa” con Maurizio Micheli e Sabrina Ferilli. Ma sono anche molto contento perché sono andati tutti e due molto bene».
 Cosa proporrà giovedì al pubblico abruzzese?
 
«Lo spettacolo si intitola “Serata d’onore” ed è un modo per “rimpattare” il pubblico. Al di fuori di Roma non mi muovo più molto e così è un modo per tornare in scena. Ovviamente sono pezzi del mio repertorio, qualcuno li avrà già visti. Io ho da poco compiuto 40 anni di teatro, siamo ormai nel 41º, ed è una occasione vergognosamente autocelebrativa (ride). E’ un pretesto per stare un po’ insieme, con un po’ di musica. Se ci sarà Toto? Beh, Toto non si rifiuta mai, poi la richiesta ogni volta è sempre forte e quindi penso proprio di sì, ci sarà anche lui».
 Lei ha avuto una lunga storia d’amore con il teatro abruzzese, da giovane attore a direttore artistico del Tsa. Cosa ricorda con maggiore affetto?
 
«Beh, del Tsa sono stato anche presidente, carica dalla quale sono scappato di corsa (ride). Perché? Ma perché sono ruoli burocratici che io rifuggo, appena posso. Devo dire che fra L’Aquila e Pescara c’è una differenza sostanziale. Però se devo dire cosa ricordo con più affetto dico il pubblico, che è molto cresciuto. E io il pubblico abruzzese lo conosco dal 1967/68. Si è scaltrito molto, è diventato molto generoso e si è innamorato del teatro. Poi mia madre è nata a Leonessa che oggi è in provincia di Rieti ma quanda è nata lei era provincia dell’Aquila. Tra Lazio e Abruzzo siamo molto vicini, soprattutto le zone interne delle due regioni. In Abruzzo, poi, ho passato la parte migliore della mia vita, da giovane, e ricordo anche le grandi litigate che abbiamo fatto».
 Perché parlava di pubblici differenti tra L’Aquila e Pescara?
 
«Perché quello di Pescara, già tanti anni fa, era molto più aperto. L’Aquila era più gelosa delle sua tradizioni».
 Forse accade ancora.
 
«Beh, però adesso anche L’Aquila si è molto aperta. Però, in fondo, le differenze è giusto che ci siano. D’altronde gente di mare e gente di montagna non può essere molto simile. Comunque non mi faccia parlare dei politici. Quelli sono in un altro mondo di cui non voglio proprio parlare».
 Adesso al vertice del Tsa, come direttore artistico, c’è un suo vecchio amico, Federico Fiorenza. Ricorda qualche litigata anche con lui?
 
«Eh come no? Altrimenti che amicizia sarebbe? Però mi fa piacere che abbiano scelto Federico, mi sembra anche giusto, è sempre stato all’interno del teatro».
 Ma c’è ancora spazio per il teatro, in Italia? Non è che come la musica contemporanea è una forma d’arte ormai arrivata al suo capolinea?
 
«Mah, io non farei un paragone tra queste due forme d’arte. Secondo me sì che c’è spazio, bisognerebbe fare, come li chiamo io, gli Stati generali del teatro, per togliere alcuni steccati tra un genere e l’altro e riproporre fortemente la teatralità. In Italia succede che tutti si orientano a seconda della moda del momento, è una cosa molto provinciale. Poi non c’è molta comunicazione tra gli operatori teatrali e ognuno pensa di fare meglio degli altri. E allora vengono fuori i generi: teatro con musica, teatro senza musica, teatro d’avanguardia, teatro di ricerca. Sa che diceva Gassman? Sospendete le ricerche (ride fragorosamente). Questo ha un po’ disarmato il pubblico che non è che sta tutto il tempo a pensare al teatro, come noi. Il pubblico, però, ha ancora voglia di uscire di casa».
 Lei è un grande interprete che ha fatto un po’ di tutto, dal cinema alla televisione, dal teatro alla fiction. Il maresciallo Rocca e l’avvocato Porta sono due serie di grande successo. Le riprenderà?
 
«La richiesta da parte della Rai per Rocca c’è ma dobbiamo ancora decidere. In fondo abbiamo fatto solo 28 puntate in dieci anni. Nel frattempo so’ usciti carabinieri, bersaglieri, poliziotti, da tutte le parti. Poi la serialità lunga è molto pesante. Sono cinque, sei mesi di lavoro. Non lo so. A ottobre, però, farò una miniserie di due puntate, il protagonista è un camionista, ma non le dico nient’altro, solo che sarà un ruolo un po’ più comico, o almeno ci provo».

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