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Tratta delle bulgare «A giudizio»

 CREMONA. «Il passaporto è pronto ed è vidimato con l’uscita dai Paesi aderenti al trattato Schengen. Non ti preoccupare, il poliziotto bulgaro è affidabile e lavora per me». E’ questa la trascrizione di una delle telefonate che hanno messo nei guai un impresario cremonese di 53 anni, Marino M., il suo socio, un 44enne residente a Chieti, Sergio B., e altre cinque persone tutte accusate di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento della immigrazione clandestina. L’accusa è di avere procurato documenti di identità falsificati a una giovane bulgara, una delle molte ragazze straniere fatte entrare clandestinamente in Italia come sarte, regolarizzate e messe a lavorare nei night, prima di finire nel giro della prostituzione. Dai colloqui intercettati, risulta che il cremonese avesse come referente in Bulgaria uno o più poliziotti collusi. In una telefonata, infatti, si parla di 4.500 dollari da consegnare agli agenti e di un telefonino nuovo da regalare al capo della polizia. La storia che si snoda tra il Cremonese e l’Abruzzo è sfociata in una richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Pescara per il cremonese Marino M. e il suo socio d’affari Sergio B., residente a Chieti, come pure di altre cinque persone accusate di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento della immigrazione clandestina di ragazze extracomunitarie. Il procedimento davanti al Gup è fissato per il 29 settembre.

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