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E dopo la guerra Gino tornò in sella al Matteotti del 1945

 E’ il 1945, nel nord Italia si consumano gli ultimi atti di una guerra, che è diventata fratricida ma in Abruzzo la vita è ripresa regolare e si torna a fare sport. In quell’anno nascono due manifestazioni che si perpetuano ancora: il torneo Lido delle Rose di basket a Roseto (vedi l’articolo in basso) e il Trofeo Matteotti di ciclismo a Pescara.
 Il 25 aprile ’45 Gino Bartali è a Pescara, secondo Leo Turrini, autore della biografia del campione di Ponte a Ema, «per uno di quei raduni tra ciclisti. Dovevano discutere l’ipotesi di allestire una corsa. L’idea garbava a tutti ma non c’erano abbastanza tubolari. Gino sapeva dove trovarli: a Milano, (che raggiunse in bici, ndr) dove conosceva i meccanici della Legnano. A piazzale Loreto trovò i corpi straziati di Mussolini e della Petacci e pur non avendo avuto mai simpatia per il Duce, ne rimase sgomento».
 Tornò a Pescara, partecipò alla prima edizione del Trofeo Matteotti (era evidentemente la corsa che si stava organizzando prima di partire per il capoluogo lombardo). Scorrendo le classifiche del Corriere dello Sport del 3 maggio ’45 (conservato nell’archivio dell’Uc Perna che ancora organizza la classica pescarese) si evince che Ginettaccio (che correva per la Tempora Betolle) si classificò al 4º posto. Primo fu Ricci, secondo Maggini e terzo Servadei.
 L’anno dopo vincerà il Matteotti che arrivava al campo Rampigna, tra i dilettanti si impose Mauro Di Nello, di Tollo, che solo l’anno scorso è sceso dalla bici dopo 65 anni di pedalate da amatore delle due ruote.
 Un altro episodio abruzzese di Bartali, citato da Turrini, si riferisce al Giro d’Italia del 1946. Nella nona tappa, la Chieti-Napoli, sulla mulattiera di Rocca Pia, una stradina fatta costruire da Napoleone Bonaparte, «andò in scena la Waterloo di Coppi», ricorda Turrini. E Bartali così ricorda quell’impresa: «Era una strada stretta e sterrata. Era piena di buche e ghiaiosa. feci scappare, subito dopo Popoli, i miei compagni Volpi e Pasquini. La mulattiera napoleonica cominciava appena fuori città, con una pendenza che in alcuni tratti raggiungeva il 14 e a tratti il 18%. Coi rapporti che si usavano allora, scattare su strade come quella poteva apparire roba da matti. Eppure io lo feci. Voltandomi spesso indietro, mi accorgevo che molti si fermavano, che proseguivano per dei tratti a piedi. Seppi, più tardi che quello fu uno dei momenti in cui Fausto avrebbe voluto ritirarsi: era sceso dalla bicicletta e ci volle tutta la buona colontà di Adolfo Leoni per dissuaderlo. Però fu in quella tappa che Coppi perse alcuni minuti preziosi. Furono quelli che non riuscì a rosicchiarmi del tutto nel resto del Giro».
 Ma i destini agonistici di Bartali con l’Abruzzo si sono incontrati fin dall’esordio nel professionismo. La prima tappa al Giro d’Italia la vinse all’Aquila nel 1935. L’anno dopo sempre all’Aquila vinse di nuovo dopo una lunga fuga e conquistò la prima maglia rosa che non mollò più fino a Milano.
 Nella crono di Gardone ricevette un regalo da Gabriele D’Annunzio, «Il Vate», scrive Turrini, «non nutriva alcuna particolare passione per il ciclismo ma gli organizzatori del Giro fissarono un arrivo in pratica sotto casa sua, a Gardone. Gino vinse la tappa e quasi se ne pentì: il poeta lo tormentò con un incomprensibile monologo sui significati della sua azione militare a Fiume, prima di congedarlo con un portasigari argentato».
(p.s.)