12 giugno 2004 —
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sezione: Spettacolo
È
il 7 giugno del 1984. Su un palco a Padova Enrico Berlinguer sta parlando dellEuropa. Ci sono le elezioni. Ad un tratto la figura vacilla. Le parole delloratore diventano incomprensibili. Rimbalzano per giorni sulle televisioni di tutto il mondo quelle immagini. Dirà Luigi Pintor: «Mi colpisce ancora la sua immagine vacillante su quel palco. Avrei voluto essere presente a sorreggerlo».
In tanti avrebbero voluto essere presenti a sorreggerlo. Il suo cuore cesserà di battere dopo tre giorni e mezzo. L11 giugno. In tanti passarono piangendo davanti alla sua salma esposta. Passavano. Salutavano con il pugno chiuso. Salutavano e mandavano un bacio. Salutavano facendosi il segno della croce. Non erano tutti comunisti quelli che passavano. Andò anche Almirante, un segno di civiltà.
Perché Berlinguer non era solo il simbolo del Pci. Berlinguer era il simbolo dellItalia buona. DellItalia onesta. Un eroe del nostro tempo, come scrisse un grande intellettuale inglese.
Per il suo modo di essere comunista. Per il suo modo di discutere con i comunisti dellUnione Sovietica. Per la sua concezione del partito. Del partito di Togliatti e di Gramsci. Che con lui si proiettava in avanti. Un piccolo uomo, rugoso, schivo. Così lo ha ricordato nei giorni scorsi quel giornalista famoso a cui rilasciò la memorabile intervista sul Patto Atlantico. Quella in cui disse di sentirsi più sicuro sotto lombrello della Nato. Ai tempi in cui la guerra fredda divideva minacciosamente il mondo in due.
Così, piccolo, rugoso, schivo, lo conobbero gli abruzzesi. Venne la prima volta quando non era ancora segretario. Nellaprile del 1959. Con Giorgio Amendola. Per una conferenza regionale. Fu severo con i comunisti abruzzesi. Sembravano lontani i tempi delle grandi lotte del Fucino e del Vomano. Tornò poi più volte in Abruzzo. Volentieri. Lasprezza e la bellezza della nostra terra gli ricordavano la sua Sardegna.
Veniva per incontri, per comizi. Fu capolista dei comunisti abruzzesi due volte, nel 1972 e nel 1976. La storia in Abruzzo di Berlinguer lha raccontata Francesco Di Vincenzo nel suo bel libro «Berlinguer e il miele».
Di Berlinguer, in Abruzzo, hanno riparlato recentemente i Ds in un bel convegno ad Atessa, non a Pescara, non a LAquila. Un convegno con tante presenze importanti, e tante assenze importanti. Segno dei tempi marcati dalle polemiche che si sono accese sul lascito dellultimo grande segretario del Pci.
La metafora di Fassino, quella del giocatore di scacchi che, prevedendo lo scacco matto che lavversario sta per infliggergli, preferisce rovesciare la scacchiera. E morire. La metafora non mi piace, sembra irriverente, improbabile.
Il dibattito monta, vi partecipanto i dirigenti più autorevoli, oggi dei Ds, ieri del Pci. Ieri con Berlinguer, non contro. Sullausterità, sulla terza via, sul compromesso storico, sul rapporto con i socialdemocratici europei e su Craxi. Oggi domina la perplessità, quasi che a sostenere quella linea che pure dette al Pci più del 30 per cento di voti Berlinguer fosse solo.
Colpisce la tendenza a considerare nel contesto attuale il pensiero e lazione di Berlinguer da parte di tanti osservatori, come se non fossero passati tanti anni e la situazione non fosse mutata così radicalmente. Un pensiero e unazione che ebbero vitalità e grandezza, e anche incertezze, accelerazioni entusiasmanti e anche pause. In un tempo in cui il mondo era paurosamente in bilico, tra pace e guerra. In cui lItalia era pericolosamente in bilico, fra terrorismo e trame della P2.
Si dice che Berlinguer non capisse i problemi della modernizzazione, che fosse ostile al consumismo più sfrenato. Viene da pensare al Papa che va in Svizzera, uno dei posti più ricchi del mondo a predicare contro il consumismo. Ma questo non centra. Non cera in quel predicare di Berlinguer sullausterità una grande intuizione? Moderna? Lintuizione di superare le grandi diseguaglianze del mondo come antidoto alle grandi trasmigrazioni umane, alluso spregiudicato delle risorse, alle cento guerre che dilaniano cento popoli in tutti i continenti. Cosa altro è il bisogno di regolare la globalizzazione?
Si dice che Berlinguer non si appassionasse ai temi della riforma dello Stato, che fosse ostile allidea che allora circolava sul presidenzialismo. È vero. Berlinguer temeva il presidenzialismo. Come temeva la personalizzazione della politica, come temeva le trame di Licio Gelli e la corruzione, temeva la degenerazione della vita politica, il coinvolgimento di ministri e parlamentari della maggioranza, di generali e di manager pubblici, di responsabili dei servizi segreti nelle trame piduiste. Come non avvertire nelle parole che pronunciò in Parlamento nel suo ultimo discorso il profondo bisogno che egli sentiva di una «riforma morale»? E che altro era la sua «riforma morale» se non riforma dello Stato? E modernizzazione della politica? E difesa dello Stato dalla voracità e dalla spregiudicatezza di certi partiti? Di qui la sua ultima proposta di un governo dellalternativa, di un governo degli onesti. La speranza impossibile di un grande uomo politico ossessionato dalla dimensione che la questione morale aveva assunto in Italia, dopo il tentativo, fallito con luccisione di Moro, di una svolta democratica. Qui sta la grandezza tragica dellultimo Berlinguer. Quello che cade sul palco di Padova, quello il cui ricordo in tanti vogliono rimuovere perché incombe sulla nuova classe dirigente, quella ciarliera, telegenica, modernista, di questo nostro paese dalla memoria corta. Nei giorni scorsi, uno dei vecchi leader del Pci di Pescara, oggi nei Ds, è stato chiamato per un incontro elettorale dalla Sinistra Giovanile per parlare sul tema: etica e politica. Quel dirigente così ha concluso il suo discorso: invitando i giovani a sapere di più sulla vita e sulle opere di Berlinguer. «Perché» ha detto, «non cè stato nessuno, nella seconda parte dellaltro secolo, che più e meglio di Enrico Berlinguer abbia saputo coniugare con intelligenza e con passione letica e la politica». Forse aveva proprio ragione quel vecchio leader del vecchio Pci.
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Nevio Felicetti