ARCHIVIO il Centro dal 2003

Quando i Beatles scoprirono l’America


Gli ebrei della diaspora hanno un loro modo di chiamare il periodo di lutto che segue la morte di un parente. Nei Paesi anglofoni è «Sitting Shiva», cioè starsene seduti per sette giorni. In yiddish, shiva è sette, il numero sacro del popolo del Libro. Quei sette giorni sono come un lungo sabato che riguarda, però, solo i parenti del morto: sette giorni durante i quali essi non devono compiere gesti significativi.
 Il lutto dell’America per l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, il 22 novembre 1963 a Dallas, durò 77 giorni e finì nelle prime ore del mattino del 7 febbraio 1964, quando il volo 101 della Pan Am atterrò su una delle piste dell’aeroporto internazionale di New York che, da poche settimane, era stato ribattezzato con il nome del presidente sacrificale. Dall’aereo scesero quattro ragazzi di Liverpool che l’Europa aveva imparato ad amare ma che negli Stati Uniti erano attesi alla prova del fuoco. Scendendo la scaletta dello Yankee Clipper della Pan Am l’idea di poter superare quella prova era poco più di un sospetto acceso, nel gelo di una ventosa mattina d’inverno, dalle grida di quei tremila fan accalcati dietro le transenne dell’aerostazione, che, ignari di cabala, avvertivano tuttavia che era arrivato il momento di alzarsi dalla Shiva nazionale e di ricominciare a vivere.
 Gli storici del costume sostengono che l’inizio e la fine di un decennio non tengono mai conto delle scadenze dei calendari. Gli anni Sessanta, in America (e quindi nel mondo) sono iniziati quel giorno di febbraio a New York quando John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr - i Beatles - sbarcarono nell’aeroporto che portava il nome del presidente che con la sua morte aveva sigillato il decennio precedente. Gli anni Sessanta della ribellione delle minoranze etniche e sessuali, della rivolta generazionale, della sperimentazione con le droghe e della rivoluzione erotica inizia lì. Furono aperte, quella mattina, le paratie di una diga che tratteneva ormai a stento nel suo alveo il flusso di una mutazione culturale e di costume che, quarant’anni dopo, non cessa ancora di inondare il mondo, travolgendo certezze e sbriciolando pregiudizi. A partire dal prossimo mese di febbraio, Il quarantennale di quel nuovo inizio sarà celebrato dall’America con una serie di mostre e di iniziative culturali e storiche di alto livello.
 Nel 1912, sbarcando a New York, Sigmund Freud commentò l’entusiasmo che avvolse il suo arrivo con ironia ebraica: «Non sanno che portiamo loro la peste». Non la peste, ma un virus, sì - quello di uno sguardo sperimentale mai sazio e sempre divertito sul mondo - i Beatles portavano varcando la soglia del Nuovo Mondo. Vi restarono pochi giorni, due settimane appena. Ma tanto bastò.
 Gli americani che non erano fra i tremila scalmanati - soprattutto ragazzine in fuga dalla scuola - che quella mattina tributarono ai Fab Four l’assaggio di quel che era da venire, non impiegarono molto a fare conoscenza con la musica, l’ironia e la bizzarria che avrebbero seppellito definitivamente la placida normalità del decennio di Eisenhower, consacrato alla venerazione della triade: matrimonio, automobile, stipendio. Avrebbero impiegato due giorni appena.
 Il 9 febbraio 1964, infatti, è stampato nella memoria di tutti gli americani che abbiano oggi più di 45 anni. Come per il 22 novembre 1963 di Dallas o l’11 settembre 2001 dell’abbattimento delle Torri Gemelle, tutti sono in grado di ricordare dove fossero e che cosa stessero facendo il 9 febbraio 1964 quando, alle otto di sera, Ed Sullivan, un ex giornalista di gossip della stirpe cinica dei Walter Winchell, annunciò l’apparizione, nel suo programma televisivo (il più popolare della nazione) della grande meraviglia bianca approdata dall’Inghilterra, dopo un tam-tam radiofonico ininterrotto di 48 ore che, guidato dal dj di New York, Murray the K, aveva avvolto tutta l’America nella ragnatela incantatoria di canzoni dai titoli dolcemente banali: I Wanna Hold Your Hand, Twist and Shout, She Loves You.
 L’Ed Sullivan Show veniva trasmesso dallo Studio 50 del network nazionale Cbs, in Broadway & West 53rd Street a New York. I Beatles registrarono la loro performance in tre tempi: il giorno precedente a partire dall’una e mezza di pomeriggio, e il giorno dello show, alle 9.15 di mattina e alle 2.30 di pomeriggio. Il pubblico a invito era composto da 728 persone. Le richieste erano state 50 mila. Il mini-concerto dei Beatles fu spezzato in due segmenti incastonati nel solito guazzabuglio di esibizioni da music-hall, imitatori e anteprime teatrali che componevano da sempre il menu dell’Ed Sullivan Show. A leggere il programma di quella storica serata l’unico nome che, per un po’, si sarebbe sottratto all’oblio è quello di Davey Jones, futuro cantante dei Monkees, che, inglese anche lui, era lì come membro del cast del musical britannico «Oliver Twist» in tournée negli Usa. Gli altri? Fred Kaps, Georgia Brown & Oliver Kids, Frank Gorshin, Tessie O Shea, McCall & Brill, Wells & Four Fays.
 I Beatles si presentarono vestiti tutti in maniera uguale: giacca, cravatta, stivaletti. Da sinistra verso destra: Paul con il suo basso elettrico Hohner (lo stesso che suona ancora oggi in concerto) George con una Gretch e John con una Rickenbeker. Alle loro spalle Ringo seduto dietro una batteria Ludwig con il logo dei Beatles sulla grancassa. Interpretarono cinque canzoni: All My Loving, Till There Was You, She Loves You, I Saw Her Standing There, e I Want to Hold Your Hand. A guardarli e ad ascoltarli furono in 73 milioni, record assoluto della tv di allora. I televisori restarono sintonizzati sul loro concerto in 23.240.000 case. Per quell’esibizione i quattro ragazzi di Liverpool guadagnarono 25 mila dollari, la metà di quello che aveva incassato Elvis, quattro anni prima, nella sua ultima apparizione nello show di Sullivan. John, Paul, George e Ringo apparvero altre due volte all’Ed Sullivan Show in quello stesso mese: il 16 febbraio da Miami e il 23 da New York (ma questa esibizione era stata registrata il 9). Le altre due reti nazionali americane non capirono la portata dell’evento, tanto da contrapporre una programmazione ridicolmente inadeguata a quella serata storica. L’Abc trasmise un telefilm western, «Wagon Train». La Nbc riuscì a fare anche di peggio con il suo «Walt Disney’s wonderful world of colour». Tutte le performance all’Ed Sullivan Show sono raccolte ora in un doppio dvd pubblicato anche in Italia il mese scorso.
 I venti minuti televisivi che cambiarono l’America (e il mondo) furono seguiti da due concerti. L’11 febbraio, al Coliseum di Washington davanti a ottomila persone: venticinque minuti di musica e via. E, il giorno dopo, di nuovo a New York alla prestigiosa Carnegie Hall, il terzo blitz per altri 6 mila fan.
 La prova del fuoco era stata superata, la missione compiuta anche se i Beatles non sapevano bene di quale nuovo inizio avessero gettato il seme. Si illudevano, forse, che la missione fosse semplicemente quella di scalzare, con «I Wanna Hold Your Hand», l’insipido Bobby Vinton di «There, I’ve Said it Again» dalla testa della classifica. Il 21 febbraio alle 5.18 di sera ripartirono da New York alla volta di Londra. Alle spalle si lasciavano il virus della bellezza e della gioia che ignoravano di portare.
- Giuliano Di Tanna