IL QUIRINALE E IL METODO DEL PREMIER

di BRUNO MANFELLOTTO Lo chiamarono metodo De Mita. È quello che nel giugno 1985 elesse Francesco Cossiga presidente della Repubblica al primo scrutinio e con una vastissima maggioranza, 752 su 977 votanti, i sì di Dc, Pci, Psi, Pri, Pli e sinistra indipendente. Dopo di allora lo si è sempre evocato come un sogno difficilmente realizzabile. Se ancora se ne parla oggi, alla vigilia delle dimissioni di Giorgio Napolitano, è forse perché qualcuno vede qualche similitudine con il presente, o attribuisce al giovane Matteo Renzi la stessa strategia. Le cose stanno proprio così? Vediamo. Allora il leader della Dc Ciriaco De Mita blindò la candidatura Cossiga grazie a un patto con il segretario del Pci Alessandro Natta. Patto reso pubblico solo quando De Mita ottenne anche il sì di Bettino Craxi. A quel punto gli altri non poterono che seguire, per non restare fuori dai giochi. E fu fatta. Nella storia del Colle più alto, il metodo però ha funzionato solo un'altra volta, nel caso di Carlo Azeglio Ciampi. E oggi? Per Renzi non sarà facile ripetere l'exploit. Il suo primo problema sono i tempi. Re Giorgio saluterà gli italiani con il messaggio del 31 dicembre, l'ultimo. Poi andrà a riposare qualche giorno a Napoli a villa Rosebery e a metà gennaio consegnerà la lettera di dimissioni ai presidenti di Senato e Camera che dovranno convocare i grandi elettori entro quindici giorni. Prima della fine di gennaio si comincerà a votare. Fin qui la prassi, ma c'è un problema e si chiama legge elettorale, e si deve fare in modo che la sua approvazione non diventi strumento di ricatto nella corsa e la sua entrata in vigore non condizioni chi deve scegliere in piena libertà senza doversi chiedere se il futuro capo dello Stato, come primo atto, scioglierà subito o no le Camere. E dunque bisognerà correre, approvare la legge prima del 27-28 gennaio ma renderla operativa solo tra un paio d'anni. Uno sprint, ma Renzi ce la può fare. E poi c'è, appunto, un problema di metodo. Che nelle intenzioni del premier dovrebbe essere, come dire, un De Mita aggiornato. La sua idea è convocare i parlamentari del Pd chiedendo loro non di indicare un nome, ma di tracciare un identikit del papabile: uomo o donna? Politico o della società civile? Del Pd o no? Sarà un grande happening, uno sfogatoio, ma dovrebbe consentire poi alla ristretta delegazione guidata da Luigi Zanda di fare il giro delle sette chiese chiedendo alle forze politiche di legare un nome a quell'identikit e sfogliare i petali della rosa fino a trovare il candidato sul quale si concentrino più consensi. Ma una cosa è il metodo, un'altra la realtà. La corsa per il Quirinale è sempre stata la più ghiotta occasione per le scorribande dei franchi tiratori (do you remember i 101 che impallinarono Romano Prodi?), oggi poi non ci sono più né Dc, né Pci, né Psi - partiti che, pur se a fatica, finivano per obbedire ai loro leader - e i gruppi parlamentari sono piccoli Vietnam nella cui giungla impazzano tribù e capipopolo. I 5Stelle sono un esercito in rotta i cui combattenti cercano altri rifugi; le truppe berlusconiane, che costituivano una falange armata e obbediente, sono percorse da fratture che hanno pressoché seppellito il patto del Nazareno, fino a ieri pomposamente praticato e osannato; e la Lega è imprevedibile come il suo leader. Dall'elenco manca il Pd, che per paradosso - e a dispetto delle divisioni che lo lacerano - è l'ultimo a conservare ancora una qualche parvenza di organizzazione di partito. E certo è il protagonista più importante in questa battaglia. Stavolta potrebbe sfruttare l'occasione, mettere da parte convenienze e personalismi e far pesare il proprio ruolo per l'oggi e per il domani. Unito potrebbe imporre il suo candidato. Diciamoci la verità, non sarà affatto facile. Ma ci sono in gioco troppe cose importanti - Quirinale, Pd, governo - per buttare tutto all'aria. Anche il futuro di Renzi, perché se il metodo lo aiuta e l'operazione gli riesce, e all'interno del Pd finisce il gioco del "muoia Sansone con tutti i filistei", avrà definitivamente conquistato la leadership. Per sé e per il suo partito. ©RIPRODUZIONE RISERVATA