Senza Titolo

Ecco perché in tanti dovrebbero sentire l'urgenza di riprendere i fili di un ragionamento intorno alla "filosofia" di quell'autentico "sistema regione" che aveva positivamente caratterizzato i nostri territori rispetto a un "sistema Paese" assai più claudicante (magari partendo anche dall'imminente disegno di riarticolazione del livello amministrativo delle Province). A questo proposito, ci parrebbe opportuno che venisse colta l'occasione offerta da alcuni "segni del tempo": mercoledì 24 ottobre si terrà l'ultimo seminario del ciclo di "Conversazioni" organizzato da Boorea (con la consulenza scientifica dell'economista Franco Mosconi) sull'"Emilia che cambia", e la recente pubblicazione di due libri, Bologna futuro (a cura di Carlo De Maria, Clueb, con interventi interessanti come quelli, tra gli altri, del reggiano Mirco Carrattieri e di Thomas Casadei) ed Emilia rossa (curato da un altro reggiano, Lorenzo Capitani, per i tipi di Vittoria Maselli editore). L'appannamento del modello emiliano - effetto delle trasformazioni imputabili, innanzitutto, alle dinamiche e ai processi di globalizzazione e alle metamorfosi culturali della postmodernità - è evidente e preoccupante. C'è uno stress economico che si riflette anche a livello sociale e, va da sé, psicologico, e tende, come in ogni fase di disorientamento generale e di impoverimento, ad allargarsi, influendo anche sull'autostima della cittadinanza. E la manutenzione, in un contesto di crisi fiscale dello Stato centrale e degli enti locali, non è affatto sufficiente, perché la forza del modello consistette proprio nel suo essere anticipatore e (usiamo una parola paradossalmente un po' rétro) d'avanguardia. Non si tratta, quindi, di nostalgia o amarcord, ma della constatazione del fatto che, da un lato, il suo indebolimento ci fa stare tutti peggio e, dall'altro, che la sua costruzione e implementazione ha prodotto un avanzamento vero del livello di civiltà di queste terre, e non esclusivamente del loro benessere. Il modello emiliano ha rappresentato così un caso virtuoso (e davvero peculiare in Italia) di sinergie molto positive tra economia, istituzioni, politica e civismo della popolazione, e un paradigma sistemico dove una concezione di economia sociale di mercato, con un ruolo significativo del movimento cooperativo, ha svolto una funzione centrale. Quello che potremmo chiamare un riuscitissimo "gioco di squadra", che ha fatto collaborare, anche al di là della loro volontà manifesta o reale, attori differenti, ma tutti fondamentali per la vita collettiva. Ben vengano, quindi, occasioni come i seminari e i libri. E speriamo facciano da volano alla ripartenza di una riflessione che non può essere ulteriormente rimandata, e deve essere ambiziosa e profonda quanto lo fu quella originale, capace di generare un mix di pianificazione politica lungimirante, produzione, qualità della vita, welfare e immaginario, dalla cui sintesi uscì una formula preziosa. E, non da ultimo, rilanciarlo sarebbe anche un ottimo vaccino rispetto alle tante (e troppo spesso vincenti) scorciatoie predicate dalle varie forme dell'antipolitica. E un modo per risintonizzare l'opinione pubblica sull'idea che la politica, quella seria e indispensabile, è il luogo della progettazione di strumenti per tendere verso il bene comune e per fare partecipare gli individui a visioni comuni, e non lo spettacolo osceno offerto da taluni saccheggiatori delle risorse pubbliche. Massimiliano Panarari