31 maggio 2012 —
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sezione: Nazionale
il rinvio a settembre dei versamenti fiscali e contributivi; un fondo per crediti agevolati alle imprese; contributi a fondo perduto per la riparazione delle abitazioni; la proroga del pagamento delle rate del mutuo; la sospensione degli adempimenti processuali e dei termini per i versamenti tributari e previdenziali; la deroga al patto di stabilità per i comuni per le spese di ricostruzione. Il tutto da finanziare con un aumento di 2 centesimi sui carburanti e con le risorse derivate dalla spending review. Misure che sono state valutate positivamente dagli amministratori locali (a partire da Vasco Errani, nominato commissario per la ricostruzione, con i sindaci interessati come vicecommissari) e dalle organizzazioni di categoria. Il governo, che ha istituito per il 4 giugno una giornata di lutto nazionale, potrebbe per inciso fare un passo in più: rinunciare alla parata del 2 giugno, per quanto sobria possano essere. Ogni centesimo risparmiato sarà speso meglio per qualcuno degli 8mila sfollati emiliani. Sono misure importanti, ma emergenziali. E non bastano. Resta aperta una questione cruciale, di sistema: quella della protezione civile e della sua riforma , attuata dal governo con un decreto entrato in vigore il 17 maggio ma a tutt'oggi contestato dagli enti locali, sia dall'Unione delle regioni che dall'Associazione dei comuni. Proprio martedì, mentre il secondo terremoto devastava l'Emilia, il rappresentante della regioni per la protezione civile, Lorenzo Dellai, presidente della Provincia autonoma di Trento, davanti alla commissione ambiente della Camera ribadiva il giudizio assolutamente negativo sulla riforma: «Comprendiamo bene - ha detto - che c'è la necessità di massimo controllo rispetto alla spesa pubblica, così come è necessario superare dinamiche del passato che hanno portato la Protezione civile ad occuparsi di tutto, spesso senza limiti di stanziamento. Tuttavia con questo decreto si raggiunge l'esatto opposto, con una protezione civile senza strumenti, senza risorse e con funzioni riferite al mero salvataggio delle persone a rischio». Di fronte all'abnegazione e spesso all'eroismo dei tanti uomini sul campo,professionisti e volontari, sappiamo bene cosa era diventata la Protezione civile dell'era Bertolaso-Berlusconi: il veicolo dei "grandi eventi" cuciti su misura per la propaganda, dall'organizzazione del G8 ai campionati di nuoto. E soprattutto - come hanno svelato le inchieste - un comodo salvadanaio per la cricca. Erano riusciti a sfregiare una delle realtà più belle ed efficienti del Paese. Un giro di vite - moralizzatore prima che contabile - ci voleva. E Monti l'ha dato. Tuttavia, proprio alla luce di quanto sta succedendo qui in Emilia, le ragioni delle autonomie locali acquistano un peso quasi profetico e risultano più che mai degne di un ascolto serio. Le critiche alla riforma -lasciando da parte per ragioni di sintesi le questioni amministrative e di bilanciamento istituzionale tra i vari livelli amministrativi - riguardano sostanzialmente la definizione di cosa deve essere dal punto di vista operativo "protezione civile" e i tempi di competenza. In base alla riforma, la protezione civile si occupa solo di interventi immediati per la sicurezza e il salvataggio delle persone. Ad esempio può verificare la situazione di immobili residenziali - perché potrebbero costituire un immediato pericolo per le persone - ma non di edifici storici o produttivi (i capannoni). Ma dopo quello che è successo nei capannoni del Modenese, ma anche quello che è successo nel Reggiano ieri, con gli operai che si rifiutavano di entrare nelle fabbriche fino a quando non ne fosse stata verificata l'agibilità dai vigili del fuoco, si capisce quanto questo limite di intervento - per usare le parole di Dellai - sia «irragionevole» di fronte a un disastro simile, che non si consuma in una fiammata ma si trascina per giorni e giorni. E' una critica, che vista oggi, appare più che fondata. Poi ci sono i tempi. Secondo il decreto i limiti all'intervento della protezione civile sono fissati in 60 giorni, più altri eventuali 40 giorni in proroga. In teoria a partire dal 101mo giorno la responsabilità passa alle amministrazioni locali. Giusto fissare un limite. Ma è davvero pensabile che un terremoto come quello che ci ha colpiti non abbia bisogno di protezione civile oltre il 100mo giorno? Non, non è pensabile: lo insegna l'esperienza di questi anni, oltre che il buon senso. E anche in questo caso appare ragionevole la controproposta, avanzata ad esempio dal presidente dell'Emilia Romagna, Vasco Errani, di rendere più flessibile questo limite, sulla base delle circostanze concrete, della gravità dei fenomeni. Le critiche alla riforma proseguono e sono tante e convincenti: dalla necessità di una robusta ossatura regionale della protezione civile (sul punto, ad esempio, sta facendo le barricate il governatore del Friuli Tondo) al problema della transizione dall'emergenza alla post emergenza al ruolo dei prefetti. Impossibile riassumerle qui. Resta il fatto che tutti i punti sollevati dalle amministrazioni comunali sembrano aver trovato riscontro - un riscontro terribile, doloroso - nel dramma che stiamo vivendo in questi giorni. E' la realtà che sta dando loro ragione. Quindi il dossier protezione civile va riaperto. E va riaperto sotto i riflettori dell'opinione pubblica, perché proprio noi in Emilia possiamo testimoniare quanto sia decisivo. Sandro Moser