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«No alla pena di morte»

 Poveri, neri, minorati mentali. Bastano questi tre «flash» per l’identikit della maggioranza dei 3.200 americani che sono rinchiusi da anni e soggiornano nel braccio della morte e che da un momento all’altro potrebbero finire giustiziati. Mentre il bianco o chi è ricco e può contare su un buon avvocato (o se la vittima è di colore), difficilmente finisce ucciso dalla «giustizia di Stato».
 Il problema della barbarie rappresentata dalla pena di morte non riguarda solo una grande democrazia come gli Usa, ma la vedono in compagnia di Cina, Iran, Pakistan e i paesi Arabi del Golfo.
 La pena di morte è una battaglia per i diritti civili e la democrazia, perché «è una scorciatoia militare per affrontare un problema sociale», hanno detto suor Helen Prejean, da anni testimonial della lotta contro la pena di morte e il giornalista Mario Marazziti portavoce della Comunità di Sant’Egidio, nell’incontro che ieri hanno avuto con gli studenti di diverse scuole reggiane al Centro Loris Malaguzzi. L’incontro, in occasione dell’ottava Giornata mondiale contro la pena di morte, a cui era presente anche il sindaco Graziano Delrio, è stato un invito a mobilitarsi perché la risoluzione per la moratoria universale sulla pena di morte approvata dall’Onu il 15 novembre 2007 diventi una realtà. Suor Helen e Mario Marazziti, autori di due libri-denuncia («La morte degli innocenti» e «Non c’è giustizia senza vita»), nel pomeriggio hanno poi incontrato i reggiani all’hotel Posta, continuando a sviluppare la loro testimonianza, frutto di visite, di lettere, di sogni di persone che vivono nel braccio della morte. «La pena capitale - ha detto Marazziti - non ristora i familiari delle vittime che restano prigionieri dell’odio e della vendetta», mentre per suor Helen - autrice anche del libro «Dead man Walking» alla base del percorso di riflessione critica svolta dalle scuole presenti - ha anche parlato del suo appello al presidente Usa Barak Obama perché anche gli Usa aderiscano alla moratoria internazionale. (r.f.)