Purché qualcosa funzioni in Europa


C'è amarezza, nei Paesi che hanno una certa tradizione europea, per le investiture di giovedi sera: il primo Presidente del Consiglio nella storia dell'Unione europea, Herman Van Rompuy, e il nuovo Alto Rappresentante, la baronessa Ashton, non seducono l'immaginario della stampa continentale. E certamente non sono una risposta significativa a Barack e Hillary. Vale la pena però di fare una distinzione. Il problema vero è il cosiddetto ministro degli Esteri, che oltretutto non può chiamarsi ‘ministro' perché gli inglesi non vogliono, anche se poi la carica è stata assegnata ad una di loro. E' un piccolo paradosso nominale in un paradosso più vasto. Merkel e Sarkozy, e con loro naturalmente Berlusconi, i nazionalisti polacchi e ceki e tanti altri, non hanno accettato alla guida della Pesc (la Politica estera e di Sicurezza) un personaggio forte ed esperto, Massimo D'Alema ad esempio, per evitare che intralciasse le loro personali attività internazionali. Hanno scelto una figura marginale, l'incarnazione stessa della crepuscolare opalescenza dei laburisti britannici. Una figura poco conosciuta perfino in patria, ma che alla dote indispensabile della mite incompetenza in politica internazionale (cosi la descrivono i giornali inglesi), aggiunge il vantaggio di non essere un uomo. E dunque, poteva soddisfare, terzo piccione con la stessa fava, anche il Parlamento europeo, che assolutamente voleva che una delle due massime funzioni fresche di Trattato spettasse a una donna (ma proprio il Parlamento può vantare fino a oggi due sole presidentesse...). Insomma, una figura «perfetta». Merkel, Sarkozy e gli altri hanno dimenticato soltanto che Lady Catherine, baronessa di Upholland, è inglese. E che allora la sua utile incompetenza è un vuoto che presto sarà riempito dal Foreign Office. Di conseguenza, e scusate se prendiamo una scorciatoia, a guidare la nascente diplomazia comunitaria sarà di fatto la diplomazia britannica. L'Union Jack, grazie all'Ue, tornerà a garrire sui pennoni più alti in Medio Oriente, nel Sud est asiatico, in Africa, in India, in Cina, in Oceania. Chi crede che la diplomazia euro-britannica terrà conto degli interessi meno forti, quelli italiani ad esempio, conosce poco la storia. E non sarà una questione di prestigio politico e basta, ma di miliardi e miliardi di euro, dollari, yen e yuan, perché al prestigio politico faranno seguito le commesse industriali.
Poco noto è anche Herman Van Rompuy, il presidente dell'Unione. Più che «president», a dire la verità, sarà un «chairman»: l'uomo che dirige la discussione. Ma, secondo il Trattato che ora entra in vigore, non si limiterà a dare la parola all'uno e all'altro. E' il personaggio che preparerà i vertici del Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo e porterà a quel tavolo le questioni essenziali. E che dunque preparerà le conclusioni dei vertici. E, dopo, si occuperà del «suivi» come diceva Giscard d'Estaing - cui sarebbe piaciuto tantissimo questo lavoro - cioè del seguito, per realizzare il concreto, le decisioni di massima. E il signor Van Rompuy, che è colto, ha le caratteristiche indispensabili per riuscire, o almeno tentare: non fa ombra ai grandi di questo Vecchio continente, ha idee, è tenace, dispone di una straordinaria capacità di mediazione. E soprattutto - fedele alla storia dei vecchi cristanodemocratici fiamminghi - è un europeista d'acciaio. Insomma, se la Pesc è destinata a portare i colori sempiterni dell'Union Jack, la costruzione interna dell'Unione, almeno sulla carta, sembra in mani davvero buone. Forse allora, la scelta del ticket Van Rompuy-Ashton è stata ispirata da un certo buon senso delle divinità europee, dall'equilibrio del possibile più che dalla spettacolarità. Purché qualcosa funzioni.

Antonio Foresi