Giustizia, Fini vince la battaglia

ROMA. «La cosa migliore è essere amati e io faccio di tutto per essere amato, non solo dai media ma da tutti: io sono troppo buono e giusto e vorrei che me lo riconoscessero». Silvio Berlusconi in trasferta in Bulgaria, commenta il suo tormentato rapporto con la stampa.
E con le critiche che gli vengono rivolte ormai su scala mondiale dai quotidiani. Nel giorno in cui Giorgio Napolitano, a Torino per il centenario di Norberto Bobbio, ribadisce la «neutralità» del Quirinale, il premier esterna da Sofia sul suo concetto di libertà di critica. «Se la critica dei media resta nel confine della moderazione è utile perchè si può usare per colmare le mancanze, se supera certi livelli e diventa calunnia non fa piacere ed è un boomerang per chi la fa, e alla fine avvicina la gente a chi è calunniato».
A conforto di ciò Berlusconi sbandiera i sondaggi favorevoli sulla fiducia nei suoi confronti e ribadisce che la maggioranza è solidissima. All'interno della maggioranza, assicura, il rapporto «è ottimo» perchè l'alleanza è basata sulla condivisione «di valori, programmi e dalla preoccupazione ad una opposizione come quella che ci troviamo in Italia».
E la riforma della giustizia con il no di Gianfranco Fini a sottomettere il pubblico ministero all'esecutivo che tanto ha fatto arrabbiare il premier? E' acqua passata. Prima di partire per Sofia il premier è andato a trovare Fini a Montecitorio per chiudere il capitolo. L'incontro, un pranzo, è durato quarantacinque minuti e si è concluso con una netta vittoria per la posizione del presidente della Camera. Quale che sia la riforma che si delineerà i pubblici ministeri non saranno sottoposti al potere esecutivo.
Fini e Berlusconi non avrebbero parlato né di elezioni regionali né dell'abolizione della legge sulla par condicio, altro elemento di discordia tra il premier e la terza carica dello Stato, limitando il tema dell'incontro alla sola giustizia. Tanto da aver invitato al vertice, oltre a Gianni Letta, i due avvocati di fiducia: Niccolò Ghedini e Giulia Bongiorno. Tra i due cofondatori del Pdl resta in ogni caso il dissenso sul metodo con il quale affrontare le riforme. Per Fini è indispensabile il dialogo con l'opposizione, mentre per Berlusconi quello che conta è il programma con il quale il Pdl ha vinto le elezioni.
A Torino Giorgio Napolitano torna sulle polemiche scoppiate dopo la bocciatura del lodo Alfano, respingendo ancora una volta l'accusa di Silvio Berlusconi che lo aveva definito «uomo di parte, uomo di sinistra». «Il capo dello Stato è un potere neutro, fuori dalla mischia politica, non è una finzione», dice commemorando Bobbio. «Tutti i miei predecessori, a cominciare dal primo settennato, da Luigi Einaudi, avevano ciascuno la propria storia politica, sapevano, venendo eletti capo dello Stato, di poterla e doverla non nascondere ma trascendere e per quante difficoltà comporti l'adempiere un simile mandato, proseguirò nell'esercizio sereno e fermo dei miei doveri e della mie prerogative costituzionali», dice.
Citando una lettera con la quale Norberto Bobbio nel '92 sollecitava le forze politiche a un clima più sereno, Napolitano aggiunge: «Ci vorrebbe un po' di equilibrio da parte di tutti». Il presidente rivolge un appello «in tutte le direzioni al senso della misura, al confronto costruttivo al rispetto delle istituzioni». «Sono convinto che molti italiani, al di là delle loro diverse, libere scelte elettorali, ne avvertono la necessità», conclude il presidente.

Maria Berlinguer