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La Cassazione annulla l’ergastolo a Diana Blefari Melazzi

 ROMA. Lo stato psichico di Diana Blefari Melazzi, ritenuta appartenente alle Br-Pcc guidate da Nadia Lioce, andava approfondito per verificare la sua capacità di stare in giudizio. Lo rileva Cassazione (5ª sezione penale), spiegando l’annullamento (il 7 dicembre) dell’ergastolo per l’omicidio del prof. Marco Biagi e il rinvio alla Corte d’assise d’appello di Bologna, insieme alla conferma degli ergastoli a Roberto Morandi e Marco Mezzasalma (la Lioce non lo impugnò in Cassazione) e dei 21 anni a Simone Boccaccini. Aver rifiutato la perizia chiesta dalla difesa, sarebbe stato illogico, riverberandosi sulla sentenza del giudice di appello, che confermò la colpevolezza, ma «l’imputata potrebbe non avere avuto la capacità di parteciparvi».
 In presenza di «elementi sintomatici di uno stato di anomalia psichica», ricorda la Suprema Corte, «o, comunque, di una condizione di oggettiva incertezza ingenerata da elementi contraddittori», il giudice «non può negare, tout court, l’indagine peritale richiesta dalle parti»: la difesa della Blefari aveva presentato alla Corte bolognese una serie di documenti «dai quali emergeva uno stato di sofferenza psichica che, per sua natura, era astrattamente idoneo a menomare la capacità distare in giudizio». La difesa ricordava il suicidio della madre dell’imputata «anche lei affetta, a quanto pare, da analoghi disturbi mentali». I giudici d’appello, hanno sovrapposto, «personali convincimenti» o congetture. Anche le conclusioni del perito incaricato di accertare le condizioni dell’imputata al procedimento romano alle nuove Br, propendevano, pur senza certezze, «per una sindrome delirante cronica che, se non menomava i processi cognitivi e volitivi, nondimeno escludeva la capacità di interagire con le figure processuali».