Il governo Prodi merita fiducia e sostegno

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di vita dei lavoratori e dei ceti medi. Un impegno internazionale non fatto di «pacche sulle spalle» ma di seria collaborazione europea e mondiale a difesa della pace e dei diritti democratici.
Un buon bilancio, quindi, che le ripetitive e noiose dichiarazioni negative dei soliti chiacchieroni televisivi della destra (mamma mia, come sono diventati antipatici con le loro frasi recitate con un sussiego quasi ossessivo!) non possono certo cancellare. Ma una domanda dovremmo porcela anche noi, dal centro sinistra, che di dichiarazioni ne facciamo molte (ma con non meno antipatia e permalosità rispetto ai portavoce della destra): perché la gente comune, come la definiva il presidente Cossiga, non riesce a prendere atto che questo governo Prodi merita, sia per le cose fatte, che per l'etica morale che esprime, un pò più di fiducia e di sostegno rispetto all'infelice governo Berlusconi.
Farsi capire sta diventando una cosa seria e anche molto pericolosa. Non è solo Roma che deve cambiare, ma anche nelle nostre città, anche a Reggio.
Dedicare le nostre energie ai problemi concreti che riguardano i cittadini, le famiglie, l'equità e la giustizia sociale. E meno chiacchiere generiche, meno chiusure settoriali e localistiche, meno fasce tricolori e più spirito di servizio, essere cioè «primi interpares» sia come dirigenti politici che istituzionali.
PARTITO DEMOCRATICO.La mia speranza nel nuovo Partito Democratico che sta per nascere rimane intatta, anche se non mancano imbarazzi e interrogativi su alcune scelte politiche e organizzative che sono state fatte. Come quella che riguarda i gruppi dirigenti in via di formazione.
L'esecutivo provvisorio che si è formato nel nuovo Partito democratico a Reggio, non mi convince molto, soprattutto perché si è pensato di instaurare un legame tra cariche istituzionali e cariche partitiche che credevo superate almeno da molti decenni a questa parte.
Nessun veto verso nessuno, ma che alcuni sindaci (troppi) siano anche designati come dirigenti operativi del proprio partito mi sembra poco accettabile.
La nostra esperienza riformista è sempre stata gelosa delle autonomie delle pubbliche amministrazioni: «il Sindaco di tutti» è sempre stato un nostro vanto, un modo serio e trasparente di governare la gente anche nei piccoli Comuni.
Autonomia, tra partito e autonomie locali, che è sempre stata la nostra forza ideale e morale. Perché allora voler trasformare il sindaco di un Comune, che rappresenta tutti i cittadini, in un responsabile di Commissioni esecutive ed operative anche del proprio partito? Il Pd non deve essere, se non vuole fare un grande passo indietro rispetto alla nostra storia, una forza che, contemporaneamente e con le stesse persone comanda sia l'organizzazione del proprio partito che il governo del proprio comune.
Perché se fosse cosi, comincerei a dubitare che vogliamo davvero costruire un partito moderno e rispettoso delle più elementari regole democratiche.
I GIOVANI.Sono entusiasta dei tanti giovani che hanno raccolto l'appello di Veltroni e degli altri fondatori del Pd: questa adesione può essere l'inizio di un buon cammino che, strada facendo, può fare grande questa nuova organizzazione della democrazia italiana.
Allora, tutti insieme, diciamo «avanti i giovani», come sempre è stato nella storia dell'ultimo mezzo secolo.
Ma non dimentichiamo che non tutti i compagni e gli amici che hanno lavorato e lottato per rendere possibile la costruzione in Italia di una nuova democrazia, riposino tutti nei vari cimiteri della provincia.
Ce ne sono ancora, abbastanza vecchi o molto vecchi, e molti con la voglia di partecipare a fare politica offrendo umilmente ai giovani anche un pò di saggezza e di esperienza.
A proposito, vorrei citare un pensiero di Antonio Gramsci, uo dei più grandi intellettuali del secolo scorso, morto nel carcere fascista.
Sarebbe bene che i giovani di oggi potessero leggere le sue Lettere dal Carcere, quando scriveva: «Una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smanie di grandezza. E' il solito rapporto tra il grande uomo e il cameriere. Fare il deserto per distinguersi».
Belle parole, da leggere e sulle quali riflettere.
Ugo Benassi