Salari e governo, ultimatum dei sindacati

ROMA. Nel giorno del durissimo attacco del presidente di Confindustria Montezemolo («L'assenteismo nella pubblica amministrazione vale un punto del Pil»), sul governo arriva la sassata di uno sciopero generale minacciato dai sindacati Cgil, Cisl e Uil. Il loro è un ultimatum: se il governo non li convocherà per discutere di politica dei redditi, riduzione delle tasse sui salari e se le imprese non rinnoveranno i contratti scaduti, si andrà allo sciopero generale di tutte le categorie a fine gennaio. Decisione solenne delle segreterie unitarie riunite oggi a Roma. «Chiederemo un incontro urgente al governo - ha spiegato il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani - per illustrare i contenuti della nostra piattaforma su politica dei redditi, fisco e condizioni di lavoro. A Milano abbiamo detto che in mancanza di rinnovi dei contratti ci sarebbe stata la mobilitazione a carattere generale».
«A metà gennaio convocheremo i direttivi unitari e valuteremo le risposte del governo e avremo un quadro sui rinnovi contrattuali che noi speriamo si chiudano entro la fine dell' anno. Li potremo chiarire le modalità di lotta. Ci sono oltre sei milioni di lavoratori senza contratto». Il numero uno della Cisl Raffaele Bonanni ha sottolineato la necessità che il governo «dia risposte» sulla riduzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente e sui rincari dei prezzi e delle tariffe. «L'insieme di queste cose - ha detto a proposito dell'aumento dell'inflazione e della situazione fiscale - ci fanno dire che per gennaio è importante arrivare alla mobilitazione». Il leader della Uil Luigi Angeletti ha parlato di «situazione drammatica» per i redditi dei lavoratori, che si trovano a fronteggiare la mancanza dei rinnovi contrattuali e nello stesso tempo la crescita dei prezzi e delle tariffe, mentre la pressione sui salari resta troppo alta.
E bruciano le parole di Luca Cordero di Montezemolo, che all'inaugurazione dell'anno accademico all'Università Luiss definisce l'assenteismo «emblema dell'inefficienza e del cattivo funzionamento della pubblica amministrazione». «Tra ferie e permessi vari - denuncia Montezemolo - un pubblico dipendente è fuori ufficio mediamente un giorno di lavoro su cinque. Tra i ministeri il top si raggiunge alla Difesa, con 65 giornate di assenza in un anno, seguito dal ministero dell'Economia e da quello dell'Ambiente, entrambi con oltre 60 giorni. Altrettanto elevato è l'assenteismo nell'Agenzia delle Entrate. All'Inpdap (l'Inps del settore pubblico, Ndc) si sfondano i 67 giorni». Negli enti locali, sempre secondo Montezemolo, svetta il Comune di Bolzano con 74 giorni di assenza all'anno, pari a circa una giornata lavorativa su tre. Parla anche di salari bassi, sostenendo che «aumentare la produttività è l'unica strada per migliorare il livello delle retribuzioni.
Dura la reazione dei sindacati. «Montezemolo dovrebbe occuparsi in primo luogo del fatto che i lavoratori italiani hanno bassi salari, sia nel privato sia nel pubblico», è la replica del segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. Guglielmo Epifani si limita a definire i dati diffusi da Montezemolo «non corrispondenti al vero». E subito è battaglia delle cifre. Da Confindustria interviene il direttore generale, Maurizio Beretta, che difende i conti di viale dell'Astronomia: «Siamo certi dell'assoluta serietà di questi numeri e disponibili a qualsiasi confronto di merito». Il direttore aggiunge: «I dati sono di fonte ufficiale e la stima è una semplice applicazione matematica del costo del lavoro mancato sul costo del lavoro pubblico. Parlare di cifre non vere senza darne altre ci sembra un vecchio metodo di delegittimare». Cgil cita altri dati per bocca del segretario confederale Paolo Nerozzi: «Secondo le ultime cifre ufficiali del conto annuale del ministero dell'Economia, al netto delle ferie le giornate retribuite di assenze per malattie e per altre misure di legge sono in media circa 19, in calo rispetto agli anni precedenti». Si ribella il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero: «Montezemolo dimentica che lo stipendio medio dei lavoratori italiani è di 1.300 euro al mese e che lo stipendio dei manager è in crescita esponenziale».