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«Il suo corpo simbolo della sofferenza»


 ROMA. «La sofferenza del corpo, le immagini lente, sfocate, evocative eppure così nette tanto da diventare un fermo immagine, quasi impossibile in televisione, e quel corpo esibito in un mondo dove tutto è virtuale...E’ il momento più alto del suo magistero, uno spot, meglio, un messaggio, non voglio usare il linguaggio della pubblicità, un grande messaggio della chiesa cattolica al mondo. E’ l’eroismo della sofferenza contrapposto all’autodistruzione omicida del kamikaze». Carlo Freccero, immaginifico dirigente televisivo e grande esperto di comunicazione, tra i pochi ad aver avuto esperienze sia in Rai che in Fininvest, finito nella lista nera di Silvio Berlusconi che lo ha estromesso dalla direzione di Raidue e ora in causa con la Rai, è convinto che «l’agonia di Giovanni Paolo sia in perfetta sintonia con tutto il suo papato». E che la decisione di viverla in pubblico, con i fedeli e davanti alle telecamere, sia una precisa scelta del Papa, condivisa fortemente dal cardinale Ratzinger e dal vescovo Stanislaw, il più fedele collaboratore di Woityla.
 «Mi ha colpito molto l’immagine del Papa domemica scorsa. E’ stata una rottura totale nel flusso della tv».
 - Cioè?
 «L’immagine in televisione non riesce mai ad aver un suo statuto, la tv è l’opposto del cinema e dell’arte. Tutto scorre e si annulla: i grandi network all news se vogliono fissare un tema devono ricorrere a una testatina, un logo, tipo guerra in Iraq o terremoto. Può capitare con un evento come l’11 settembre o le torture di rallentare il flusso. L’immagine di Giovanni Paolo II con la sua sofferenza ha creato un fermo immagine, con la violenza di quella apparizione. Il corpo malato, come quello di Terri».
 - Il Papa come Terri?
 
«In qualche misura sì. Anche la sofferenza di quel corpo fa riflettere. Mette in discussione certezze. Io per esempio sono favorevole alla fecondazione assistita, all’eutanasia come scelta. Non sono affatto convinto della decisione adottata nel caso di Terry. Non ci sono prove che quel corpo non stia soffrendo, non siamo in presenza di alcun testamento di quella donna e c’è solo il marito a chiedere di staccare la spina. Terri come Giovanni Paolo II per l’esibizione di un corpo sofferente, malato, inerte. Un ritorno assoluto alla realtà. Il linguaggio del corpo del resto sta vivendo un periodo significativo anche nel cinema».
 - In che senso?
«Million dollar Baby secondo me è la risposta di quel genio di Clint Eastwood a «La Passione di Cristo» di Mell Gibson. E’ il pessimismo americamo del cowboy contrapposto all’ottimismo cristiano di Gibson. In entrambi i film in ogni caso al centro della storia c’è l’esibizione di un corpo, ferito e sconfitto. E’ come se in una realtà sempre più virtuale l’uomo si prendesse la sua rivincita mostrando la verità del proprio corpo. Il cinema, come l’arte, lo può fare costruendo un’immagime. In tv è quasi impossibile che capiti perchè tutto si annulla nel flusso. Giovanni Paolo II invece sembra riuscire a rallentare la velocità del flusso».
 - E’ sicuro che sia una scelta del Papa continuare ad apparire in queste condizioni?
 
«Sicurissimo. Nessuno come questo papa ha capito che la televisione è molto importante per comunicare. Woityla sa benissimo cos’è un messaggio. La sua immagine è fortissima. Giovanni Paolo II non è mai stato un teologo e finora il suo pontificato mi ha interessato dal punto di vista storico. Questo è un momento di altissimo misticismo e resterà nella storia. In una fase di grandi contrapposizioni, con le tre religioni monoteiste impegnate in una dialettica durissima, ogni apparizione del papa in queste condizioni mostra al mondo che esiste un’altra forma di liturgia, opposta a quella tradizionale del Vaticano. Quasi una forma diversa di evangelizzazione».
- Maria Berlinguer