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Reggio e la sicurezza
le carenze sono del centrosinistra

Il capogruppo della Margherita Colosimo tuona contro il governo e chiede al ministro Pisanu cosa intende fare per garantire la sicurezza a Reggio e provincia. Cosa intenda fare il ministero dell'Interno è nel programma operativo che il prefetto Montebelli ha illustrato, prevedendo il rafforzamento dei controlli e della presenza delle forze dell'ordine sul territorio. Circa l'impegno e l'efficacia delle forze di polizia credo che nessuno abbia qualcosa da ridire.
Ma c'è un'altra domanda che va posta: cosa intendono fare gli enti locali reggiani, soprattutto il Comune di Reggio, con la loro politica di apertura spesso incontrollata all'immigrazione di ogni tipo? Considerato che la popolazione carceraria italiana è costituita al 70 per cento di extracomunitari che alimentano in modo massiccio la schiera del crimine, non sarebbe il caso di stringere i cordoni del lassismo, dell'esaltazione della cultura multietnica, delle porte aperte a tutti in modo indiscriminato?
Gli amministratori reggiani del centrosinistra continuano invece ad aggredire la legge Bossi-Fini che è strumento utilissimo per combattere l'illegalità dalla quale, spesso, nasce il crimine. C'è quindi un problema di serietà e responsabilità, ognuno faccia la propria parte; le forze di polizia lo stanno facendo, provvedano anche gli amministratori di centrosinistra fermando il malcostume del «dentro tutti».
Tarcisio Zobbiconsigliere comunale Udc

Ordine pubblico, il problema
non si risolve certo con le ronde

Non si può sostenere, come ritiene Alessandri della Lega Nord, che siano i cittadini, con ronde notturne, a garantire l'ordine pubblico: sostenere ciò, invero, significa da una parte ammettere il fallimento della Casa delle libertà in materia di sicurezza, e per altri aspetti sfiduciare i rappresentati delle forze di polizia.
Io sostengo, diversamente, che il cittadino paga le tasse per essere più sicuro e affinché, tra l'altro, come afferma anche Pagliani di An, il «governo di centro-destra argini la violenza con una politica più seria e rigorosa», cosa che sino a oggi, a mio parere, ha fatto solo a parole e a canzoni...
Occorre chiedere al governo - e le istituzioni locali si attiveranno in tale direzione - ingenti investimenti diretti ad assicurare un maggior controllo del territorio, mediante l'aumento del personale delle forze dell'ordine, l'innovazione tecnologica e l'istituzione, nelle zone di sofferenza, di caserme dei carabinieri.
Le amministrazioni locali, diversamente, devono promuovere azioni di coesione sociale e prevenzione, collaborando con le forze dell'ordine nei limiti delle competenze.
Ernesto D'Andreaconsigliere comunale Ds
La Resistenza e la strana morte
di un comandante partigiano

Ho letto letto il bel libro scritto da Daniela Anna Simonazzi, dal titolo: «Azor. La Resistenza «incompiuta» di un comandante partigiano». Ne sintetizzo il contenuto. Il libro racconta la storia dello zio dell'autrice Mario Simonazzi («Azor») ucciso, anzi, assassinto da partigiani comunisti il 23 marzo 1945 in località il «Lup» a Tabiano o nella Valle del Tresinaro. «Se la data dell'uccisione di «Azor» è il 22 o 23 marzo, il suo corpo si trovava già nel bosco di Fontanaccio, vicino al «Lupo» dove passarono quella notte i partigiani con gli alleati? O era stato nascosto a Tabiano, dove qualcuno aveva scoperto una fossa che poteva contenere il corpo di un uomo? Non si saprà mai. La famiglia era preoccupata; attese fino al 25 aprile nella speranza di vederlo tornare; poi si recò al Comando «che non si era mosso per nessuna ricerca dopo la scomparsa di Azor che pure era un vicecomandante». Il comando della 76ª Brigata Sap non si mosse; cosi pure gli altri comandi. C'era in giro e intorno al delitto un silenzio di troppo palese complicità. Anche il partigiano «Aldo», amico di «Azor», che crede di sapere «che mani l'hanno soppresso», la notte del 21 non torna: sapeva troppe cose, anche lui poteva dare noia dopo la Liberazione.
Il corpo di «Azor» fu trovato il 3 agosto nei dirupi boscosi della collina tra Montericco e Vezzano, a pochi passi dalla sede clandestina del «suo» comando. Grandi furono i funerali di «Azor»; racconta «Il Solitario» (Giorgio Morelli, direttore de «La Penna» un cattolico-liberale, ucciso «puntualmente» nel gennaio 1946): «C'era tutta Borzano, Albinea, Montericco e altri paesi ancora; donne, ragazzi, uomini». Morelli su «La Nuova Penna» il 20 aprile 1946, scriverà un articolo troppo audace, rivolgendosi a «Eros» (capo dei partigiani e comunista) per avere risposte sull'assassinio di «Azor» che non arriveranno mai. Nell'agosto 1947 «La Nuova Penna» ricordando la figura di Giorgio Morelli, tornava sul caso «Azor» e scriveva: «Morelli aveva una certezza: «Azor» era stato ucciso perché non era comunista e quindi perché dava fastidio ai comunisti». Un cippo a ricordo di «Azor» per iniziativa di un comitato, contrastato dal sindaco di Albinea, sarà collocato nel 1946 nel cortile delle scuole di Montericco. Il processo «Azor» iniziò nel 1949 e terminò nel 1951. Gli atti processuali sono scomparsi. La famiglia di «Azor» era parte civile con l'onorevole Tito Cecchini; gli imputati, Lugarini, Canovi e Brevini era difesi dai migliori avvocati di Reggio forniti dall'Anpi: Giotto Bonini, Bigi e altri. Nonostante la testimone d'accusa Ernesta Poncemi, gli imputati furono assolti o estradati in Cecoslovacchia. Dopo il processo, il comandante partigiano «Azor» è stato ignorato dagli storici di sinistra. Nella «Storia della Resistenza Reggiana» il nome di «Azor» non compare, come non compaiono i nomi di «Paolo» e di «Aldo». Neppure il professore Renzo Barazzoni cita «Azor» nel modo dovuto, nel libro «Storia di Albinea». La stessa tattica e strategia usata dal fascismo, ora e allora, per l'assassinio di Giacomo Matteotti. La stessa tattica e strategia usata nel «triangolo rosso» o «triangolo della morte» nella zona compresa tra Bologna, Reggio e Modena, per gli omicidi effettuati dai partigiani rossi, nonostante il «Chi sa parli» lanciato dall'onorevole Otello Montanari nell'ormai lontano 1990. Si tratta di un'eredità irrinunciabile comune ai fascisti e ai comunisti e consiste in quella che Giovanni Amendola defini la migrazione della coscienza. Se i parametri di valutazione del bene e del male vengono trasferiti dall'interno della coscienza al partito... allora la verità diventa l'interesse del partito.
Angelo SimonazziReggio

I musulmani arrivano in massa
perché facciamo pochi figli

Il 6 gennaio ho partecipato a Novellara all'incontro sul dialogo con i musulmani. La presenza dei cattolici era buona, ma erano tutti anziani, mentre la piccola presenza musulmana era solo di giovani.
Per le feste di Natale sono tornato al mio paese natale per trovare i parenti. Un giorno mio fratello mi ha presentato il nuovo parroco e gli ho chiesto come va in paese e la risposta è stata: ho appena celebrato la messa in una famiglia per il compleanno di una donna di cento anni, ancora lucida e arzilla e dopo la celebrazione le ho chiesto «quando passeggia che cambiamenti ha trovato?». Mi ha risposto: ho osservato le case rimanendo impressionata dalla loro bellezza e dalle comodità che sembrano offrire, ma non ho visto né sentito vociare un bambino. Su 10.000 abitanti nel 2004, né sono nati 56 e morti più di un centinaio: questa è la comunità. Gli ho risposto che quando è nato mio figlio trent'anni fa, i nati erano 342 su 11 mila abitanti. Anche qui dove vivo ne sono nati sei su mille abitanti. Non è una barzelletta se siamo il paese più vecchio del mondo. Questo è il male del nuovo millennio per il mondo occidentale, che ci ha portato e ci porterà i musulmani in casa. Purtroppo oggi nessuno tiene in considerazione questo dramma.
Pietro CesaniFosdondo di Correggio