«I servizi segreti sapevano delle frodi»

REGGIO. Un anno prima dell'omicidio del 28enne tunisino Ismail Jaouadi - freddato nelle campagne di San Sisto il 24 luglio 2002 - i servizi segreti avevano segnalato all'Arma che la Suincom di Castelvetro (Modena) era al centro di un consistente riciclaggio di denaro e di contraffazioni di prosciutti, con inseriti uomini legati al clan mafioso corleonese. L'ha rivelato in Assise il tenente dei carabinieri Goffredo Rossi, contestualizzando il clima del delitto: la vittima ricattava la ditta per cui lavorava come macellaio (la Dimac) perché sapeva delle contraffazioni alla Suincom e non solo. Sofferta la testimonianza di chi ha ucciso (il 39enne Biagio Grassia), mentre il 35enne Mario De Luca - presente al delitto - ha spiazzato i legali volendo parlare.
Nella sua lunga testimonianza - ha parlato per tre ore, bersagliato dalle domande degli avvocati difensori - il tenente Rossi ha toccato più volte la matrice mafiosa che sarebbe emersa indagando sul delitto che vede come imputati in Assise il 37enne Gaspare Mattarella (difeso dall'avvocato Alessandro Nizzoli) e il 33enne Antonino Erbini (assistito dal legale Liborio Cataliotti), mentre gli altri imputati (Biagio Grassia e Mario De Luca) hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato.
Pochi ma incisivi particolari sugli «appunti informativi propositivi» giunti un anno prima dai servizi segreti - con rimbalzo dal ministero degli Interni al comando generale dell'Arma sino ai carabinieri di Reggio e a quelli di Modena per competenza territoriale (la Suincom ha sede nel Modenese) - con qualche precisazione in più sui legami mafiosi.
Il tenente si è soffermato sui precedenti penali specifici di De Luca (associazione di stampo mafioso) e sulle conoscenze del fratello di Mattarella, che avrebbe partecipato al matrimonio di una persona di Mazara del Vallo (Trapani) collegata con il clan corleonese. Inoltre un siciliano che lavorava per la Dimac avrebbe cercato di depistare gli inquirenti nei giorni successivi all'omicidio.
Poi nell'alveo delle indagini vi sono le intercettazioni telefoniche, in cui trasparirebbero i sospetti su presunti contatti fra Mattarella e Cosa Nostra (queste intercettazioni saranno trascritte ed entreranno negli atti del processo).
Sempre il tenente Rossi ha poi parlato di una Dimac irriducibile che dopo gli arresti di presidente e più stretti collaboratori «si è sciolta ma ha continuato a contraffare salumi - ha detto l'ufficiale dell'Arma - con la denominazione di cooperativa Multilavoro e società collegate. Secondo le intercettazioni in nostro possesso - ha sottolineato - le attività illecite sono proseguite dopo il delitto e i profitti sono andati nelle tasche di Mattarella e company».
Puntato il dito sui documenti della Dimac distrutti nello studio contabile modenese che seguiva la cooperativa, il tenente ha poi duellato con l'avvocato Liborio Cataliotti che difende Erbini.
Per chi ha indagato «Erbini era un uomo di fiducia di Mattarella, che faceva grosse operazioni in banca per conto del presidente della Dimac, oltre ad essere ben pagato e con diversi benefit (auto, telefono, casa) a suo favore». Per il legale Cataliotti la situazione non era quella: «Erbini era diventato socio della Dimac solo tre mesi prima del delitto».