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LA FONDAZIONE E IL PATTO


Per valutare l’opportunità, da parte della Fondazione Manodori, di aderire a un patto di sindacato che vincoli per tre anni la sua partecipazione, in concorso con altri azionisti (che rappresentano nel complesso non più del 25% dell’azionariato), per il governo di Capitalia, seguendo le decisioni che saranno prese dal gruppo dei partecipanti nel suo complesso, si deve ricordare che, con la riforma partita dalla legge Amato e con le successive modifiche, fino alle più recenti, le fondazioni di origine bancaria sono entrate a pieno titolo nella famiglia delle Onlus (organizzazioni non lucrative di utilità sociale). Lo ha ricordato più volte, anche in convegni promossi dalla Fondazione, Stefano Zamagni, inquadrandole nella funzione che il terzo settore dovrebbe svolgere per «.. passare da un welfare risarcitorio a un welfare per lo sviluppo».
 Lo stesso Giuliano Amato in un convegno di amministratori delle fondazioni, svoltosi alcuni anni fa al Cnel, li esortava a riconvertirsi da «banchieri» a «operatori sociali».
 La riconversione, dal punto di vista istituzionale e organizzativo, è ormai quasi completata, fatica di più a realizzarsi dal punto di vista culturale. Compito delle fondazioni è esclusivamente quello di realizzare gli scopi di utilità sociale previsti dai loro statuti, finalizzando la gestione del loro patrimonio a questo obiettivo
 Nella gestione del patrimonio devono perseguire contemporaneamente la sua conservazione e incremento e il miglior rendimento. A questo fine devono differenziarne gli impieghi secondo criteri finanziari, non strategici.
 La Fondazione Manodori non ha seguito, sciaguratamente, nel passato questi criteri; ed è contrario alla verità sostenere che non abbia continuato a svolgere (perlomeno anche) il ruolo di banchiere nella guida di Bipop-Carire.
 Lo confermano i provvedimenti adottati dalla Banca d’Italia, e dalla Consob nei confronti di alcuni amministratori ed è ampiamente documentato nel bel libro di Gabriele Franzini «L’assalto al cielo-Ascesa e caduta di Bipop-Carire». Con ben altro minor peso, Giorgio Salsi e io abbiamo partecipato dapprima al consiglio del Cassa di Risparmio, poi al comitato di settore di Bipop-CarirE, in rappresentanza dell’associazione «Azionariato diffuso».
 Invito coloro che lo hanno ricordato a rileggersi le prese di posizione pubbliche, nostre e dell’associazione, sulla gestione della Cassa, e sulla fusione con Bipop; e a consultare i verbali del consiglio della Cassa e del comitato di settore; si renderanno conto che non abbiamo nulla da rimproverarci in relazione a quanto avvenuto.
 L’adesione al patto di sindacato proposto da Capitalia vincolerebbe per tre anni una parte consistente del patrimonio della fondazione, ostacolandone la gestione secondo criteri finanziari, o di utilità sociale.
 Per di più, tutti ricordano che la Fondazione rinunciò a aderire a un analogo patto alla vigilia dell’assemblea di Bipop-Carire per l’approvazione dell’intesa con la Banca di Roma, perché la Consob avvertì che la sua partecipazione avrebbe comportato l’obbligo di promuovere un’Opa (offerta pubblica di acquisto), dalla quale avrebbe tratto vantaggio la maggioranza degli azionisti minori che avrebbero potuto cedere le loro azioni a un prezzo conveniente. Aderendo ora, la Fondazione confermerebbe e legittimerebbe il sospetto di essersi, allora, prestata ad eludere l’obbligo dell’Opa, senza tener conto dell’interesse degli azionisti minori.
 Fino a quando sarà conveniente, secondo una valutazione finanziaria, mantenere le partecipazioni in Capitalia e in Fineco, la Fondazione avrà diritto di esercitare il ruolo di un azionista di rilievo, senza essere coinvolta in un governo della banca, che rappresenta una minoranza degli azionisti (dal 20 al 25%), composta solo da grandi azionisti, nell’ambito del quale conterebbe per il suo 3,19%, mentre sarebbe obbligata a sostenere tutte le decisioni adottate dalla maggioranza dei partecipanti al patto, anche quelle che non condivide, con buona pace della tanto rivendicata autonomia della fondazione. Basti pensare che Capitalia è il gruppo più esposto nella vicenda dei crediti e delle obbligazioni Cirio.
 D’altra parte, in generale, i patti di sindacato, che possono consentire, come nel nostro caso, a una minoranza di meno di un terzo del capitale di governare l’impresa: «...servono in realtà a concentrare il controllo delle società quotate, e così aggirano il principio fondamentale dei mercati finanziari, in base al quale il rapporto tra controllo e investimento nel capitale di rischio deve rispondere a un criterio di proporzionalità» (Guido Rossi: Il conflitto endemico, pag.43, Adelphi).
 Non converrebbe, per questi motivi, alla Fondazione Manodori, e alla comunità in cui e per cui opera, seguire il consiglio che, polemicamente, Pierluigi Castagnetti, proponeva, in un’intervista rilasciata durante i giorni caldi della crisi di Bipop-Carire: «...se fossi in quel consiglio mi batterei per fare uscire rapidamente la fondazione dagli investimenti finanziari: acquistino degli appartamenti da affittare a canone sociale alla povera gente. Vedranno diminuire le loro perdite e si guadagneranno il paradiso»?
- Renzo Bonazzi