Senza Titolo

Tra le Piane e Lama Mocogno, c'è un paesino fuori dal mondo si chiama Cavergiumine. Un nome bellissimo e pieno di risonanze: in latino 'Caverna-iugum' un campo di concentramento romano per schiavi. C'è un antico 'metato', dove venivano essiccate le castagne, alcune antiche costruzioni in sasso e case ristrutturate per la villeggiatura di abitanti 'espatriati' in pianura. Al centro una chiesina con piccoli tesori di ingenui pittori locali: una madonna in cartapesta del 700, un quadro abitato da una selva di santi protettori: san Giovanni, s. Antonio, san Rocco S. Giovanni e altri santi sconosciuti, approdati non si sa come, in questo lontano borgo. Il santuarietto è custodito dalla Paola una signora del paese: ogni anno viene organizzata la sagra che richiama non solo gli abitanti una ventina in tutto, ma anche e specialmente i vecchi cittadini di Cavergiumine che ritornano volentieri ad abbeverarsi alle fresche acque delle sorgenti locali, non solo fisicamente ma anche spiritualmente spinti dalla nostalgia di tempi passati ricchi di ricordi e di legami affettivi. Nel paese e nei borghi che come grappoli circondano il paese, abitano alcuni agricoltori o paesani che ritornano per le ferie, nei fine settimane o in pensione che testardamente senza previsione di guadagni tengono alcune mucche da latte, coltivano l'orto, falciano i prati, curano i fossi, piantano alberi. Proteggono le sorgenti. E mantengono vive le antiche tradizioni. Roberto, Matteo, Giuseppe, Paola, Antonia, sono i santi protettori custodi di questo territorio quasi abbandonato.A pochi chilometri sulla antica Via Vandelli si incontra Cà don Carlo una corte del 1600 ancora intatta con villa padronale, casa del contadino, stalle, cappella, forno, pozzo e ampio parco. Fungeva anche da stazione per cambio dei cavalli.Il nostro Appennino è carico di storia antica; le sue dolci colline sono belle e riposanti. Purtroppo ormai quasi disabitate. I disastri che le acque provocano, con smottamenti, frane e crolli, non sono causati solo dai cambi climatici e dall'insipienza degli amministratori che hanno consentito di costruire ovunque, ma anche e soprattutto dall'abbandono delle nostre montagne. I boschi non curati, 'il sistema idraulico' ruscelli e fossi privi di manutenzione spesso prosciugati da sottrazioni delle acque, i sentieri non conservati e spesso senza indicazioni, le case cadenti sono le concause di queste catastrofi ambientali. Riabitare l'Appennino, ristrutturare i paesini disabitati, informare delle bellezze artistiche, storiche e paesaggistiche anche dei piccoli borghi sconosciuti. Investire risorse. Importare manodopera di giovani immigrati risolverebbe contemporaneamente tre emergenze: ripopolare il "deserto"; salvare il paesaggio e il degrado, e collocare gli immigrati che tanto 'fastidio' danno.BEPPE MANNI