Incertezza sui fondi per gli ammortizzatori

ROMA Risorse per la nuova Aspi, licenziamenti collettivi, validità o meno delle norme anche per il pubblico impiego. L'approvazione dei decreti attuativi del jobs act nel Consiglio dei ministri del 24 dicembre ha lasciato ancora molti nodi da sciogliere, sui quali partiti politici e sindacati annunciano già battaglia in Parlamento, nelle piazze, nelle fabbriche ed anche nei tribunali. La prima partita si gioca proprio sul nuovo ammortizzatore sociale destinato ad assorbire progressivamente i precedenti Aspi e mini-Aspi e a mandare in pensione la Cig in deroga. Il decreto attuativo è stato infatti approvato «salvo intese», in assenza cioè della bollinatura finale della Ragioneria generale dello Stato e l'individuazione certa delle coperture. Al momento l'unico importo scritto nero su bianco è quello inserito nella legge di stabilità che ai nuovi ammortizzatori destina 2,2 miliardi per ciascun anno 2015 e 2016 e 2 miliardi di euro per gli anni a seguire a partire dal 2017. Le risorse potrebbero però non bastare: nel 2013, ad esempio, - anno, è vero, di crisi profonda, non necessariamente destinato a replicarsi - secondo i dati Inps, Aspi e mini-Aspi sono costati ben 7,5 miliardi di euro. Anche senza arrivare a quelle cifre, comunque, il problema risorse resta, tanto che già nel corso dell'esame della legge di stabilità le minoranze del Pd avevano chiesto ulteriori stanziamenti. C'è poi la questione dei licenziamenti collettivi. Inaspettatamente il decreto prevede infatti che le regole sui licenziamenti individuali valgano anche per quelli di almeno cinque lavoratori. Una regola che forse è servita per placare gli animi più bellicosi all'interno della maggioranza ma che ha mandato su tutte le furie i sindacati. Qualsiasi sia il parere che le Commissioni parlamentari invieranno al governo, l'esecutivo non sarà comunque obbligato a tenerne conto, visto che sulle deleghe le indicazioni parlamentari non sono vincolanti. Ultima questione, sollevata dal senatore di Scelta civica Pietro Ichino, è poi quella dell'estensione del contratto a tutele crescenti anche agli statali, smentita però dal governo. Finora il jobs act, spiega il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, è infatti sempre stato visto come strumento per favorire le assunzioni nel settore privato, tirando in ballo solo ed esclusivamente le imprese e mai lo Stato come datore di lavoro.