I giudici: «Norme violate e area verde stravolta»

Gli avvisi di garanzia ad amministratori e dirigenti, che partono dall'inchiesta della Procura condotta dal sostituto Claudia Natalini, hanno solide basi nelle due decisioni già prese dal Tribunale: prima l'ordinanza di sequestro dei cantieri firmata dal gip Eleonora De Marco e poi ai ricorso presentato da Comune e concessionari sul quale ha deciso il Tribunale del Riesame. E proprio il Riesame a fornire il documento più recente che permette di fare il punto sulle contestazioni mosse a tutto il progetto di riqualificazione del Parco della Rimembranza (che, come ormai è noto, è sottoposto a un vincolo speciale di tutela secondo la Carta di Firenze dato che è un luogo di ricordo dei Caduti della Grande Guerra). Questo perché il Riesame nel suo documento che rigetta il ricorso prende proprio le mosse dalla natura del Parco e dai suoi vincoli. Si legge: «I permessi a costruire rilasciati dal Comune di Modena appaiono illegittimi, in quanto volti a consentire un'attività edificatoria vietata in quell'area dalle norme edilizie comunali, in particolare dall'articolo 13.1 del Psc (perimetro centri storici) e dall'articolo 13.21 del Rue (...) La disposizione in esame consente unicamente interventi di conservazione e recupero dei manufatti di servizio esistenti (oltre che degli elementi storici, decorativi e di arredo), specificando che cosa debba intendersi per manufatti di servizio ed escludendo espressamente che possano considerarsi tali i depositi di attrezzi in muratura». I giudici del Riesame contestano proprio il fatto stesso di aver permesso di edificare in quella particolare area verde e che non serve a niente definire chioschi quei mini-edifici perché si equivoca su cos'è un chiosco e altre tipologie più modeste (strutture mobili, carretti ecc). Non solo. Il progetto del Comune prevede costruzioni nuove di zecca, scrivono i giudici: «In un caso (quello del cantiere Del Cedro) nessun chiosco esisteva al posto di quello che s'intendeva erigere e che è stato bloccato da sequestro, cosicché non si può sostenere in alcun modo che la nuova struttura costituisca sistemazione e recupero di una preesistente. Ma anche per gli altri (i chioschi degli odierni ricorrenti), raffrontando le strutture preesistenti quali sono descritte negli atti e anche raffigurate nella documentazione fotografica della Difesa del Comune e quelle indicate nei progetti e parzialmente realizzate, si deve osservare che la tipologia delle costruzioni, le superfici occupate e la volumetria sono completamente differenti, così come lo sono i materiali utilizzati». Quindi, «se i chiostri sono nuove costruzioni, ne consegue che sono stati autorizzati in violazione di una norma edilizia comunale e che quindi i relativi permessi di costruire sono illegittimi». Il tribunale ammette buonafede nei concessionari, che hanno eseguito i lavori basandosi sul via libera del Comune, tuttavia sottolinea che hanno anche agito con negligenza sapendo che quegli atti contrastavano con la prassi in uso nelle altre città italiane. I giudici rigettano l'argomento difensivo secondo il quale il chiosco accanto all'ex cinema Principe è un precedente e l'altro secondo il quale in Italia esistono precedenti. La loro risposta è che l'intervento nel Parco previsto «è ben più devastante di quanto lo sia l'impatto di identiche strutture erette nelle ampie distese alberate e di prato di molti parchi esteri». I giudici del riesame - a differenza del Gip che sottolineava anche un danno ambientale alla vegetazione - insistono sul reato urbanistico dovuto alla violazione di una zona tutelata e concludono: «Possono configurare profili di danneggiamento del bene culturale e di destinazione dello stesso ad uso incompatibile con il suo carattere storico». Che è poi quanto di fatto viene contestato al'ex sindaco Giorgio Pighi in quanto custode del Parco come bene comune. «Gli interventi progettati dal Comune parrebbero tendenti a stravolgere l'identità del bene culturale, privandolo di quelle caratteristiche di luogo storico e della memoria che gli sono state riconosciute con decreto, per trasformarlo, mediante cementificazione, in un polo attrattore di visitatori in ogni periodo dell'anno. Trattasi di un profilo, emergente da ampia parte delle carte processuali, che potrebbe portare a contestazioni di fattispecie ulteriori rispetto a quella attualmente all'esame del giudice cautelare». Una conclusione che pare un invito ad approfondire questo aspetto. Carlo Gregori