SE I GRILLINI TORNANO SULLA TERRA

di ANDREA SARUBBI Uno dei passaggi chiave dell'incontro di ieri tra Pd e Cinquestelle passa quasi inosservato, un paio di minuti prima che i partecipanti si alzino dal tavolo della discussione. È quando il cittadino Luigi Di Maio da Pomigliano d'Arco, vicepresidente della Camera, dice a Matteo Renzi che «il suo partito e il nostro partito hanno i numeri per migliorare le riforme». La notizia non sta nei numeri, che già si conoscevano, ma nell'uso di una parola che rompe un tabù: dopo essersi nascosti a lungo dietro il termine MoVimento, con tanto di V maiuscola per ricordare il vaffa d'ordinanza, i grillini scendono sulla Terra e riconoscono di essere un partito. E non è solo una leggerezza lessicale del cittadino Di Maio, non a caso il più politico della compagnia, ma la fotografia di un'evoluzione tanto temuta quanto inevitabile. Rispetto alla farsa del primo incontro con Pier Luigi Bersani, quando il duo Crimi-Lombardi si era presentato solo per mettere in ridicolo l'avversario e rimarcare le distanze, Enrico Letta fece un passo in avanti, cercando di portare i Cinquestelle nel merito della discussione: ne venne fuori un dialogo tra sordi, ma non fu l'allora premier incaricato a uscirne male. Così arrivarono i rinforzi, e nel terzo streaming - il primo con Renzi - si presentò direttamente Beppe Grillo, con l'unico obiettivo di alzare di nuovo i toni: 10 minuti di insulti, nessun tentativo serio di confrontarsi e tanti saluti. Ieri, finalmente, il primo colloquio vero. Disseminato di astuzie - da entrambe le parti - a favore di streaming, ma comunque vero, come quelli che normalmente avvengono in un Parlamento democratico tra forze politiche diverse. «Non guardiamo indietro: guardiamo avanti», ha chiesto in chiusura di incontro il capodelegazione M5S, e la novità è appunto questa: più di metodo che di merito, se vogliamo, perché nel merito le posizioni restano ancora distanti su alcuni punti e anche gli avvicinamenti possibili - tipo la retromarcia sulle immunità, che pure il governo ha introdotto - lo sono soltanto in teoria, ovvero in assenza di altri alleati. Non ci vuole un genio, infatti, per capire che il principale interlocutore di Renzi sulle riforme, ossia Berlusconi, non accetterà mai alleanze variabili: il patto del Nazareno finora ha retto perché immodificabile, ben saldo sulla linea minestra-finestra, come è stato ribadito in più occasioni anche ai dissidenti del Pd. E l'accordo tra Pd e Cinquestelle su punti specifici vale a poco, se quei punti non sono condivisi anche dagli altri: in primis, per quanto riguarda le riforme costituzionali, Forza Italia, a meno che l'ex sindaco di Firenze non decida di rinunciare di colpo alla sponda di Berlusconi e sostituirla in toto con quella (forse ancora più ballerina) di Grillo. Poi c'è l'Italicum, che è un capitolo diverso. Trattandosi di legge ordinaria, che non ha dunque bisogno di doppia navetta né di maggioranza qualificata, è teoricamente possibile che Pd e Cinquestelle si trovino d'accordo su alcuni punti: il doppio turno innanzitutto, ma anche le norme contro i condannati in Parlamento e, al limite, un premio meno ampio. Ma qui entrano in gioco gli alleati attuali (Scelta civica, Per l'Italia, Centro democratico, Ncd e pezzi del Misto), che - per quanto terrorizzati dall'idea di elezioni a breve termine - hanno comunque in mano il destino del governo, almeno dal punto di vista numerico. Ammesso e non concesso che Renzi voglia sacrificare l'attuale maggioranza sull'altare della legge elettorale, Grillo sarebbe poi disponibile a garantirgli anche i voti per restare a Palazzo Chigi? La risposta, per ora, è no. E dunque l'ipotesi più plausibile è che non ci saranno stravolgimenti su nessuno dei due fronti: né le riforme costituzionali, né la legge elettorale. Ma il fatto stesso che, per una volta, lo streaming non si sia ridotto a un gioco di ruolo è già, di per sé, una buona notizia per la politica. ©RIPRODUZIONE RISERVATA