Quella trappola chiamata zona rossa

di Felicia Buonomo wMIRANDOLA A venti giorni dal primo forte sisma che ha colpito la Bassa, Mirandola continua a presentare un bilancio particolarmente gravoso. Le persone, ancora nelle tendopoli allestite ufficialmente dalla protezione civile e spontaneamente nei giardini di casa, reclamano la normalità, la volontà di ritornare a passeggiare lungo quel centro storico tradizionale punto di aggregazione della cittadina, a comprare lungo i mercati o agli angoli di piazza Costituente. Ma la zona rossa, che copre tutta l'area delimitata dal castello dei Pico, senza escludere il Duomo, il palazzo comunale e la chiesa di San Francesco, è ancora chiusa. Le maceria parlano più di ogni altra cosa. Da dopo il 29 maggio, giorno della seconda forte scossa, che con più forza ha colpito Mirandola, i tanti commercianti, le case e gli uffici comunali, sono ancora inaccessibili. Tante le istanze palesate dalla cittadinanza, ma anche dalle associazioni di categoria, che vogliono far rivivere la città attraverso le attività commerciali. Ma i numeri non lasciano margini. Secondo gli ultimi dati forniti dall'amministrazione comunale (aggiornati a domenica), infatti, le richieste di verifiche da effettuare all'interno delle abitazioni ammontano a ben 4600. Prima di poterle evadere il tempo passerà copioso, se si pensa che ad oggi ne sono state effettuate 900. Di queste ultime 270 sono risultate inagibili, mentre 230 sono le inagibilità con prescrizione, ovvero quelle per cui sarà necessario intervenire con qualche lavoro. Mentre rincuora il numero che vede 400 case risultare agibili. Le squadre al lavoro ogni giorno per valutare l'agibilità o meno delle strutture oscillano tra le otto e le quindici ogni giorno. Un numero notevole, che dovrà lavorare di buona lena ancora per molto tempo. Nel frattempo qualcosa comincia a cambiare, ma non in meglio. Lungo la via Statale Sud, la strada di San Giacomo Roncole è stata chiusa, così come la Canaletto. I servizi a favore della cittadinanza cercano di continuare nonostante tutto. Come quelli di Aimag, la cui struttura di Via Bernardi è completamente inagibile e il personale opera attraverso due tensostrutture nei pressi del polo, oltre che attraverso la piena operatività della sede di Modena città. Al momento sono in atto i lavori di messa in sicurezza della imponente struttura Aimag, ma i tempi di riapertura o normale attività all'interno di quello che era l'ex zuccherificio sono al momento incerti, impossibile da prevedere. Lungo la stessa zona, da ieri mattina, inoltre, è comparsa una postazione mobile dell'Inps, istituito per evadere con più facilità le richieste dell'utenza. «La nostra sede – afferma il direttore provinciale dell'ente – è inagibile. Peraltro è sita in pieno centro storico. È completamente crollata sotto la forza della seconda scossa, non credo che riusciremo a recuperarla tanto presto. Finora avevamo operato appoggiandoci alla sede di Modena, ma ci è sembrato più giusto dare un riferimento direttamente sulla città. La postazione mobile è dotata di tutti i servizi informatici. E a poche ora dalla sua apertura, l'affluenza è stata piuttosto discreta». Tornare alla normalità è un auspicio ricorrente, ma ancora lontano. Girovagando per la zona rossa la desolazione ti assale. Guardare le macerie del Duomo o le crepe che la terra ha inflitto al castello lascia senza fiato. Fa commuovere la volontà di salvare alcuni simboli, molti dei quali religiosi. Come quella statua della Madonna della Chiesa della Madonna della Porta, di fronte al castello, che gli infaticabili vigili del fuoco hanno cercato di salvare in ogni modo, prima legandola ad un albero, successivamente adoperandosi per costruirle un adeguato e degno altare. E tutti vogliono ripartire. Ma molte attività sono costrette a rimanere ferme, perché proprio nella zona rossa. Un centro storico diventato una sorta di trappola, senza via di uscita. Per tutti: residenti , negozianti e studi professionali. Molte sono danneggiate, ma non inagibili. Come l'attività commerciale di Susanna Benatti, che lamenta: «Il problema vero – dice – è che non sappiamo quando ripartiremo. La mia attività, come quella di tante altre è chiusa. Ma quello che più frequentemente ci domandiamo è: per quanto tempo? Cerchiamo quanto più possibile di essere solidali tra noi, mettendo a disposizione container, dando ospitalità. Ma quello di cui abbiamo bisogno è ripartire, al più presto».