02 marzo 2012 —
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sezione: Nazionale
di WALTER VELTRONI Chissà chissà domani su che cosa metteremo le mani? Oggi è il primo giorno, dal 4 Marzo del 1943, che i destini di Lucio Dalla e quello degli italiani si separano. I destini di milioni di persone che in queste ore, colti da un dolore forse inaspettato nella sua profondità, ripassano nella memoria le canzoni di Lucio, le collegano ai momenti della loro vita (un bacio, una manifestazione, un esame da preparare), ne riassaporano il gusto perduto e ne ritrovano la meraviglia. Il loro destino , il loro “Anno che verrà” o le cose del suo ablativo “ Futura”, e Lucio, che mi immagino ora piccolo e fermo in qualche letto freddo. Piccolo lo è sempre stato. Ma fermo no, non lo è mai stato. Ora, ciascuno per la sua strada. Al di là della retorica la morte è uno strappo violento e ingiusto. E' la più vertiginosa delle prove di dolore: la sottrazione. E più la vita avanza , in ciascuno di noi, più ogni sparizione, come la tessera di un invisibile mosaico, fa perdere di vista l'insieme, lo terremota sottraendogli equilibrio e stabilità. Questa sensazione si vive per chi si ha vicino, ed è insopportabile, o per chi è lontano, tanto da non sapersi se sia una presenza reale o immaginaria. Si può piangere per la morte di un attore, di un uomo politico, di un papa, di un cantante, di un pilota automobilistico . Senza averli mai conosciuti, senza aver mai stretto la loro mano, senza averli visti negli occhi. Perché loro “senza saperlo”, come i “Giusti” di Borges, hanno fatto la tua vita migliore, regalandoti quel genere raro e unico di esperienza umana che va sotto il nome di emozioni. Ora , che per strada la gente ripensa ad Anna e Marco o ad Ayrton o a Caruso, ora che tornano in mente sospinte dalle note che escono da finestre aperte , le frasi che riposavano in qualche ripostiglio del cuore e della memoria ci si rende conto del perché la morte di quel folletto, con tanti peli addosso e pochi in testa, di quell'istrione con il mento per aria e l'aria fiera e ironica, ci scavi un forellino nel cuore , ci faccia sentire meno sicuri, in un tempo fatto proprio di insicurezze di ogni tipo e di cattive notizie a consumo bulimico. “Tu corri dietro al vento e sembri una farfalla e con quanto sentimento ti blocchi e guardi la mia spalla” “Io alle dieci avevo lezione di tango quanta brillantina e coraggio mi mettevo” “Capitano che hai negli occhi il tuo nobile destino, pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino ?” “E' inutile non c'è più lavoro, non c'è più decoro. Dio o chi per lui sta cercando di dividerci,di farci del male, di farci annegare”. E la musica andina e Bologna che non si perde neanche un bambino e quel bell'uomo che veniva dal mare, e il ballerino che balla sulla tavola tra due montagne e Anna bello sguardo e il cucciolo Alfredo e quel bambino che chissà come sarà e su quali strade camminerà. Quel mondo di personaggi e di parole e di suoni Lucio ha voluto condividerlo con milioni di persone che l'hanno incrociato sotto una tenda improvvisata, che l'hanno scoperto sentendo la radio mentre ripassavano scienze o che l'hanno sentito suonare da un amico davanti ad un falò sulla spiaggia. E ciascuno ha usato la sua musica. Per immaginare, per baciare, per ragionare, per ridere. Per questo il corretto gesto immaginario per morti come queste, o come quella di Sordi o di Fellini di Battisti o di Alda Merini, è togliersi il cappello e portarlo all'altezza del cuore. Lucio era mio amico. Le nostre mani si sono strette , le nostre voci si sono incrociate, i nostri pensieri hanno corso paralleli. Ci conoscevamo, che brutto questo verbo al passato, dalla metà degli anni settanta. Lui veniva alle feste della Fgci a cantare le mirabolanti storie di Nuvolari e a dirci che il mare era profondo e , così, diventammo amici. Ricordo quando organizzai, il giorno che Pertini fu eletto Presidente della Repubblica, il primo concerto,allo stadio Flaminio, di Dalla e De Gregori insieme. Ricordo l'affetto che avevo per il suo manager, un bolognese che sembrava Balanzone, il dolce indimenticato Renzo Cremonini e quello che ho per l'uomo che non ha mai smesso di seguire il suo lavoro, Michele Mondella. Ricordo quando Lucio, nella sua casa di Trastevere, mi fece ascoltare in anteprima, alla ricerca di un giudizio,il meraviglioso lp “dalla”. E ricordo la sera in cui combinai una cena tra Enrico Berlinguer, De Gregori e Lucio. Dei quattro commensali, il festival della timidezza, l'unico a suo agio, almeno così sembrava, era proprio Dalla. E ricordo di avergli chiesto, nel 1981, di scrivere qualcosa per un libro che si intitolava “Il sogno degli anni sessanta”.Ieri sono andato a rileggere quelle parole, quelle con cui concludeva il suo testo: “Cari amici, io povero uomo vecchio, re del canto,del gioco dello specchio vi amo tutti perché non siamo nessuno,amo te Paul che sei il più bravo,te Ray che mi hai insegnato a cantare, tu Steve che ti fai ancora ascoltare. Voi dei Genesis che mi fate ancora sognare, tu De Gregori dal quale debbo ancora imparare, Tu sconosciuto vecchio o giovane stupido,che da domani hai deciso di metterti a suonare e Tu che ancora devi nascere Tu che chi sa che cosa mi farai ascoltare”. Ora che le strade si sono divise, troppo presto, dal nostro posto nel bivio ti salutiamo, Lucio. Se guardi bene all'altezza del nostro cuore ci troverai un cappello, anzi un basco di lana. ©RIPRODUZIONE RISERVATA