QUANDO LE PAROLE CONTANO PIÙ DEI FATTI

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Prevale chi appare. Gli altri sono comparse, talvolta ben ricompensate, che al massimo ambiscono a un destino da Scilipoti. In bocca al lupo. Dei leader di oggi, a mantenere legami forti con i luoghi d'origine sono in pochi. Certo non Berlusconi, Casini e Fini, animali politici metropolitani che non distinguono la stagione delle fragole da quella delle ciliegie e che, da ragazzi, vivevano dove non arrivava l'urlo delle sirene delle fabbriche a mezzogiorno e alle cinque. Per radici e consuetudini, sono invece tutt'uno con le proprie terre Umberto Bossi, Pierluigi Bersani e Antonio Di Pietro. Che infatti, se devono parlare, usano metafore che sanno di granturco e olio lubrificante. Cresciuti nella provincia profonda - nel Varesotto il segretario leghista, sull'Appennino piacentino quello democratico, nell'entroterra molisano l'ex pubblico ministero - hanno come mondi di riferimento lessicale quelli in via d'estinzione delle fabbriche e dei cantieri, dei circoli dove si gioca a briscola, dei contadini che tornano a casa al tramonto. Bersani, figlio di un meccanico, se ne esce con aforismi tipo''la raccolta non la fai quando semini'' e''siamo rimasti con il due in mano''. I modi di dire di Di Pietro sono diventati proverbiali come il''che c'azzecca?'' già popolare ai tempi di Mani Pulite e lo stravolgimento pseudoevangelico di''vedete lo stuzzicadenti nell'occhio e non guardate la trave''. Bossi, di famiglia operaia, è più greve ma efficace con il''f÷ra da i ball'' riferito ai tunisini sbarcati a Lampedusa e con il''tegn d²r, mai molar'' a spronare, in altri tempi, il sodale Berlusconi. In effetti lui e tutti i colonnelli leghisti parlano il dialetto, conoscono i loro paesi palmo a palmo e pungolano i proconsoli locali uno a uno. Come faceva il Pci di Togliatti e poi di Berlinguer. Dunque, se vogliamo scoprire in anticipo le sue mosse, bisogna tener d'occhio come Bossi riordina gli attrezzi nel cortile (o come Di Pietro tiene pulita l'aia di casa). Il laboratorio artigiano di Bossi in questi giorni di passione pre-elettorale è Gallarate, 51mila abitanti, quattro chilometri da dove lui è nato e cresciuto. Li la campagna leghista per le comunali del 15 e 16 maggio ha l'obiettivo di riportare''vun de nugn'', uno di noi (del Carroccio), alla guida del Comune, com'era clamorosamente accaduto 18 anni fa prima di un lungo regno dei berlusconiani. Per riuscirci, con un blitz notturno Bossi ha fatto scendere in campo un pezzo da novanta del partito, Giovanna Bianchi Clerici, prima parlamentare e ora nel cda della Rai. L'avversario da abbattere è il candidato dell'ex alleato storico Pdl, l'attuale vicesindaco Massimo Bossi - nomen omen - già colpito sotto la cintola con lo slogan''Fuori tutte le mafie'' stampato su centinaia di manifesti. Se lo dice Bossi (quello originale) che la politica, nella sua zona, è ostaggio delle mafie, c'è da credergli. Cosi, mentre tutta Italia segue allibita lo scontro fratricida nel centrodestra sulla guerra in Libia e attende ansiosa l'esito del supertest milanese pro o contro il premier capolista, è a Gallarate, a Rimini (dove il Pdl ha dovuto rinunciare al proprio campione Marco Lombardi per far posto all'uomo scelto dal boss locale del Carroccio, Gianluca Pini), a Pennabilli (ancora Romagna: qui Pini, deputato, si candida in proprio contro i berlusconiani), a Rosolina nel Polesine e in altri comuni sotto i 15 mila abitanti, è in questi centri appunto che i leghisti provano a fare tutto da soli. Consapevoli che il dopo-Cavaliere vedrà rimescolarsi le carte e convinti che è meglio assicurarsi un grande futuro al nord piuttosto che uno mediocre a Roma.

Claudio Giua    c.giua@kataweb.it